Un nuovo ecumenismo Nuove sfide post referendum legge 40
La straordinaria vittoria del 12-13 giugno, come è noto, culturalmente ben diretta da un potenziale gruppo dirigente nazionale di cui, a pieno titolo, noi facciamo parte, è stato un passaggio decisivo, gestito con la virtù della prudenza, che ha saldato socialmente i così detti qualunquisti (ma non lo sono affatto!), formando un’impressionante maggioranza contraria alla proposta culturale, denominata ‘cultura radicale’. Questa straordinaria fase è terminata con una vittoria eclatante. Ora si apre un periodo di riflessione, di meditazione culturale e di rinnovamento organizzativo.
Siamo stati protagonisti di uno straordinario avvenimento. La scelta di astensionismo attivo, convinto e militante, sia di credenti che di non credenti, è stata motivata da profondi giudizi di tipo culturale che hanno saputo operare praticamente arrivando ad oltre il 74 per cento di astensioni. Tanto da imporsi, rispetto ad un 25 per cento che tendeva all’abolizione della legge 40 e che non ha raccolto neanche tutti i propri sostenitori di base. In Lombardia dove, peraltro, si registra una maggiore attenzione alla persona umana in ambienti intellettuali anche lontani tradizionalmente, si è aperto, da tempo, un diffuso scontro di egemonie competitive per la formazione del senso comune e un aspro confronto nei livelli che caratterizzano gli stili di vita e i giudizi di valore di grandi aggregati umani d’Europa.
Per riassumere:
1) una grandissima parte del paese rifiuta gli obiettivi e i cosiddetti valori della ‘cultura radicale’ e nichilista;
2) la tattica spregiudicata della chiamata al voto per battere a priori coloro che difendevano la legge 40 è fallita a causa della contro mossa abile della scelta astensionista: è quello che intendiamo per razionalità politica;
3) matura una nuova ed inedita alleanza tra i credenti e i cosiddetti ‘atei devoti’. Emerge la possibilità concreta di proporre un cosiddetto ‘modello italiano’.
Agire localmente
e pensare globalmente
Molto si è scritto, in questi anni dei processi di sviluppo, contemporaneamente locali e globali, che caratterizzano l’area occidentale sviluppata. Si sono formate, per così dire, due diverse tavole di valori nel campo delle relazioni con le istituzioni. Una tendenza accentua i caratteri universalistici dei cosiddetti ‘diritti umani’, l’altra esalta gli elementi del particolarismo e dei ‘diritti delle comunità’. C’è, anzi, in germe, quel mix culturale che è stato definito con lo slogan: ‘Agire localmente e pensare globalmente’. Queste tensioni in una realtà così complessa come l’area metropolitana di Milano, comportano una presenza del Movimento Ambrosiano che, facendo patrimonio dei passati mesi della campagna referendaria, metta radice sempre più diffusa lungo quei ‘terminali’ dei tanti amici, dei soci, dei tanti fili della militanza pro-life. Cultura diffusa nei movimenti ecclesiali e nelle associazioni e che, negli anni, ha prodotto informazione, formazione e organizzazione di strumenti diffusi sul territorio e volti a creare un nuovo senso comune a favore della persona umana e, lentamente, vogliono ribaltare quella egemonia ‘senza valori’. Il nostro è un cammino da ‘formichine’ che non si vede nei media, (tutti compattamente schierati contro la legge 40) ma che quando c’è l’appuntamento della mobilitazione educativa emerge con grande dignità e profilo. Il Movimento Ambrosiano, non è un movimento di massa, ma un’organizzazione di militanza e di volontariato che ha grande attenzione verso tutte le emarginazioni.
Una forte visione
Siamo ben coscienti che proporre un Movimento Ambrosiano come ‘cervello culturale ed educativo’ che offre idee e testimonianze implica, nei suoi militanti, una forte identità ed una visione organizzativa ben radicata sul territorio, capace di negoziare i propri interessi con tanti decisori istituzionali. È la proposta di essere sempre di più ‘lobbisti popolari’ e cioè premere, trasformando le differenti spinte sociali in innovazioni utili alla cultura della vita. Il Movimento pro-life che è più avanti nella scelta lobbista, è quello nord americano. Lì, le continue spinte di religiosità e di umanesimo popolari, attraverso patteggiamenti, equilibri e nuovi compromessi hanno costituito differenti movimenti pro-life di massa collegati con gruppi di deputati in continua mobilitazione sui grandi temi della bioetica. Non possiamo prescindere dal diffuso stato di crisi e declino in cui versa la realtà italiana (e milanese). Sia dalle tensioni alla speranza e al futuro che percorrono i nostri territori. Declino e speranza, crescita e crisi, confliggono in questo momento in modo accentuato a Milano. La riscoperta, in questi ultimi anni di virtù umane e laiche, in molti intellettuali e opinion-leaders della nostra città, ci offre una grande duplice occasione: puntare ad un ulteriore indebolimento della cultura radicale e progressista nella nostra città e dall’altra, per il Movimento Ambrosiano, usare l’occasione della forte vittoria referendaria astensionista in città come occasione di una pubblica testimonianza a tutti i livelli delle istituzioni per rilanciare il tema della libertà della formazione collegato a quello delle virtù umane. Solo in un quadro programmatico di cittadinanza possibile si è in grado di mobilitare tante energie laiche e religiose, in modo solidale e non fanatico.
Contemporaneamente dobbiamo proporre obiettivi concreti, come l’affermazione della difesa della persona umana sin dal suo concepimento, come la certezza che l’aborto non è un diritto, come affermare che il matrimonio tra omosessuali è una proposta irrazionale e contro natura, e che gli anziani vanno protetti, non eliminati come costo sociale attraverso l’eutanasia. È un programma di affermazione della centralità della persona, basato sulla contemporanea accettazione di una comune razionalità nel poter giudicare come bene o come male alcuni importanti fenomeni.
crisi permanente della cultura
Al tema della razionalità vogliamo dedicare alcuni passaggi. Una premessa: alla crescita ‘esponenziale’ di tante tecniche e consumi non si è accompagnata un’analoga crescita morale. La ragione dominante nell’opinione pubblica, quella basata sul dubbio, sull’autonomia assoluta dei comportamenti nella vita quotidiani a degli individui e sul concetto di ‘crisi permanente della cultura’, è diventata un relativismo assoluto, nel quale non ci sarebbero più criteri per conoscere il bene e il male che ci circonda. Una ‘razionalità della crisi’ basata sul solo calcolo delle utilità e dei desideri crescenti, su di un ‘prospettivismo’ arbitrario che determina una volontà di prepotenza del più forte sul più debole. Questa cultura nichilista, non dobbiamo mai scordare, fa parte di quella grande vena culturale della ‘crisi europea’, presente in grandi filosofi, da Spinoza a Nietzsche, a cui il pensiero cristiano, da Romano Guardini a von Balthasar, da Maritain a Gilson, per arrivare a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, si è sempre opposto. I contenuti riguardano solo i diritti di libertà e tendono ad abolire, permanentemente, quella cultura ‘dei limiti’ che proprio dallo sviluppo scientifico e dalla riflessione ecologica emerge con grande drammaticità. È dai punti ‘alti’ dello sviluppo che emergono una serie di aporie e di critiche agli esiti di un certo dominio irrazionale delle tecniche nell’Occidente. Come afferma Benedetto XVI, è importante ribadire che l’uomo, qualsiasi uomo, può sentire in sé stesso la voce della propria ragione e quindi il soggetto non è chiuso in sé, ma è una realtà aperta che interagisce nelle grandi scelte educative. Il nostro sguardo deve volgersi sempre più sui temi laceranti della sacralità della vita umana, della libertà nell’educazione scolastica e della famiglia come luogo privilegiato di santificazione dell’uomo e della donna orientati alla procreazione, per la giustizia sociale.
Una nuova e giovane
classe dirigente
Conseguenza di queste analisi è che il declino della realtà milanese riguarda specificatamente il declino della nostra classe dirigente cittadina. Privata e pubblica. Declino morale, professionale, dalla forte dimensione demografica. Recenti ricerche sociali indicano, poi, nel crollo della cultura della speranza, su scala continentale, uno dei motivi fondamentali nella disaffezione all’intraprendere e alla mobilitazione culturale. È centrale, l’aspetto condizionale dei valori così detti post-materialistici. Quali sono? A un certo livello di sviluppo socio-economico, in tutta Europa, in modo accentuato nelle grandi aree metropolitane, soddisfatti gli appetiti di prima necessità (sopravvivenza, sentimento di sicurezza, esaurimento dei desideri primari e consimili) le nostre società della comunicazione si orientano verso necessità e valori ‘immateriali’ come quelli dell’identità personale, della ricerca introspettiva, dell’accentuata emotività e così via. Ovviamente è profonda l’interconessione con le trasformazioni nei modi di produrre, sempre di più informatizzati e automatizzati. Le dimensioni culturali ed educative diventano centrali nell’opinione pubblica e perfino nei programmi dei partiti. A tutto questo si accompagna, come anche recita il recentissimo Libro verde sulla demografia in Europa, una forte crisi demografica. Nel 2003, ricorda l’agenzia europea incaricata della ricerca, la popolazione europea è cresciuta solo dello 0,04 per cento, praticamente niente. I fallimenti e i declini sociali graveranno sempre di più sulle spalle delle donne, a causa dell’aumento della vedovanza femminile. Si raccomanda fortemente un cambiamento demografico perché il tasso di fertilità è ovunque al di sotto della soglia minima per garantire un ricambio generazionale, pari a 2,1 per cento figli per donna (ma in Italia e Spagna siamo sotto l’1,5). Il risultato è che tra il 2000 e il 2030 la quota di popolazione dei 25 Stati membri dell’Unione Europea rispetto a quella mondiale è destinata a crollare dal 12 al 6 per cento. Tanto più grave quando il calo demografico si colloca nella fascia di popolazione in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni), con un calo previsto di 21 milioni di europei.
A questo, per quanto riguarda la nostra realtà cittadina, si può e si deve reagire con un forte impegno di tutto l’associazionismo milanese. Noi siamo orientati ad una fase di straordinari cambiamenti organizzativi e di ringiovanimento della nostra classe dirigente. Proponiamo una riflessione come conseguenza pratica anche verso quel ‘nuovo ecumenismo’ in grado di gestire un dialogo locale con una dimensione internazionale. Pensiamo a un grande meeting con i responsabili dei movimenti pro-life americani sui temi della libertà scientifica e sui limiti della ricerca, sul rilancio di una cultura anti-aborto, sul no all’eutanasia. Collegando le questioni bioetiche alla crescita di scuole libere e pubbliche non statali.
Proponiamo una forma organizzativa, un ‘Ufficio socio-politico’, in grado di essere strumento di sintesi dei dibattiti e di proporre le scelte e le piste per la mobilitazione di un Movimento per la Vita Ambrosiano multiculturale e multireligioso. Perché in esso, sul piano della ragione laica, possano militare credenti e non credenti, cristiani, islamici ed ebrei, tutti soggetti impegnati nelle tematiche della vita sin dal suo concepimento. Insieme a delle realtà collaterali di riflessione con una serie di intellettuali disponibili ad un ragionamento orientato alla crescita, a Milano, di quella centralità della persona umana che nel sottofondo della nostra società civile matura in modo più dinamico che in tante altre realtà europee.
* Dott. Paolo Sorbi – Presidente MVA
* Avv. Enrico Pagano Pagano –
Consiglio Direttivo MVA
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