La nuova giornata che inizia in piazzale Loreto
A guardarla alle sette, ora che è appena chiaro, con uno sguardo un po’ meno incanaglito del solito, e quasi benevolente, si potrebbe perfino dire che anche piazzale Loreto a Milano, forse una delle più brutte piazze della città, non è poi così brutta. Certo, occorre guardarla senza pregiudizi, quasi senza già sapendo com’è: accozzaglia di case malamente disposte, senza alcuna geometria ordinante, ciascuna venuta su per conto suo e poi rimasta desolata a guardare le compagne da un lato all’altro dello spazio riempito a caso di aiuole e magri lampioni, vanamente contrastanti l’alta marea di traffico che ad ogni alba rombando colma Milano.
Dunque, guardando Loreto senza acrimonia, come fosse la prima volta, vedi intanto il gran cielo che si apre sopra la sua ampiezza sgraziata. Livido, ma di un grigio cangiante, di nuvole irrequiete che colmano gli specchi della facciata del palazzo a Sud Est. Inosservate, forse. Gli occhi di tutti, dalla giostra di macchine che ruotano sul piazzale, fissi sul grande orologio digitale in cima al palazzo sul lato Nord. Che è costantemente di un paio di minuti avanti, abbastanza perché accelerino i pendolari in arrivo dalla Brianza, e i ragazzi che vanno a scuola, e tutti: è tardi, è tardi, ansimano le cifre rosse pulsanti, ed è il respiro di Loreto, le macchine che bruciano il semaforo, gli autobus che partono in fretta, sbattendo le portiere. Folate d’aria calda a tratti dalle griglie sull’asfalto, vento di metrò inabissato là sotto. E, tra le aiuole, globosi opachi lucernari paiono escrescenze di un sottosuolo che sobbolle. Le prospettive di via Padova, viale Monza che si perdono all’orizzonte, con le loro sequenze infinite di finestre – dietro ognuna una casa, degli uomini – sono una storia infinita da raccontare. E i Tir con le targhe dei paesi dell’Est che infangati, sfiatanti arrivano al semaforo di via Porpora, quante migliaia di chilometri hanno fatto, e da dove vengono? Si guardano attorno smarriti dall’alto dei loro giganti gli autisti, senza osar chiedere nulla. Da un cantiere, dietro a una staccionata, sale un filo di fumo. Che gli operai si scaldino attorno a un fuoco? Il fumo è stentato come gli alberi magri in mezzo alla piazza, come indecisi se qui si possa vivere, o no. E partono intanto con un gemito le gru del cantiere, mentre i Tir dell’Est s’avventurano goffi nella città sconosciuta. I ragazzi, a scuola. A Loreto gonfia e grigia ricomincia Milano.
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