Il filosofo dello scandalo

Di Rodolfo Casadei
08 Dicembre 2005
DA PENSATORE RISPETTATO A BERSAGLIO DELLA STAMPA DI SINISTRA E DELLE ORGANIZZAZIONI ANTI-RAZZISTE. COME SI STANNO VENDICANDO IN FRANCIA CONTRO ALAIN FINKIELKRAUT E PERCHÉ

Ma cosa diavolo ha combinato Alain Finkielkraut? La sua immagine pensosa giganteggia sulla copertina-gogna che Le Nouvel Observateur, settimanale della sinistra francese benpensante, dedica a “I neo-reazionari – Le loro sbandate aggravano le fratture francesi”; nel corso della puntata de “L’Infedele” dedicata alle surreali dottrine del pensatore Serge Latouche esaltanti la “decrescita economica” uno dei partecipanti alla trasmissione, l’energumeno leader del Movimento degli immigrati e delle Banlieu (Mib) Omeya Seddik lo tratta da «neo-conservatore, teorico dello scontro di civiltà, buffone come Magdi Allam» guadagnandosi solo una blanda tirata d’orecchi da parte di Gad Lerner; il Movimento contro il razzismo e per l’amicizia fra i popoli (Mrap) annuncia querela e chiede che venga sospesa la trasmissione radiofonica che da anni tiene su France-Culture, poi rinuncia ma dichiara di non credere alle sue scuse; querela confermata invece da parte del comico franco-camerunese Dieudonné, che ha molto successo da quando si è scelto gli ebrei e il colonialismo francese come bersagli dei suoi strali.

LA TRAPPOLA DI HAARETZ E LE MONDE
«Mi hanno teso una trappola, mi stanno facendo pagare tutti i debiti», commenta depresso Finkielkraut, di passaggio in Italia invitato dal Centro culturale di Milano a presentare il suo libro Nous autres, les modernes. Cosa è successo? È successo che il quotidiano israeliano di sinistra Haaretz lo ha intervistato sulla vicenda delle violenze nelle banlieue, e quelli che nelle sue precedenti interviste sul tema (in Francia a Le Figaro, in Italia a Il Foglio e a Tempi) erano nitidi ancorché laceranti giudizi – una sommossa dove l’elemento etno-religioso è più importante di quello socio-economico; l’odio anti-occidentale e la passione consumista vere motivazioni di una rivolta che si cerca di esorcizzare come prodotto di ingiustizie sociali; la necessità di svergognare i teppisti, inibita dal pregiudizio rousseauiano che giustifica i comportamenti dei dominati come conseguenza della dominazione cui sono sottoposti – sono diventati spezzoni di frasi e battute improvvisate che sembrano uscite dalla bocca di un razzista alla Le Pen. Tipo «la nostra nazionale di calcio è fatta soltanto di neri, ci facciamo ridere dietro da tutta l’Europa», «la Francia ha fatto solo del bene agli africani», «il progetto coloniale intendeva educare e portare la cultura ai selvaggi». O almeno così la racconta Le Monde, che all’intervista dedica un suo pezzo sei giorni dopo, scegliendo fior da fiore. E traducendo in francese l’ebraico di Haaretz che era a sua volta una traduzione di una conversazione in francese. È seguita la tempesta.
Intendiamoci: Finkielkraut non è nuovo agli infortuni coi media. Perfetto nello stile sontuoso e maniaco della precisione lessicale quando si tratta di rispondere a domande sottoposte per iscritto o di formulare pensieri destinati ad apparire sui suoi libri, il filosofo si lascia trascinare talvolta dalla passione o dalla collera quando l’interlocutore lo attira sul terreno colloquiale per abusare della sua fiducia e creare un caso (è successo con Haaretz) o lo eccita alla diatriba con qualche suo avversario giurato. Come quando gli hanno fatto commentare la trionfale tournée in Martinica del comico Dieudonné. «Si è beccato una denuncia per istigazione all’odio razziale», scrive Enrico Rufi nel suo libro Magistero francese. «Aveva parlato dai microfoni di Radio Communauté Juive, della folla sovreccitata che era andata ad osannare Dieudonné, come di vittime antillesi dello schiavismo che vivono oggi dell’assistenzialismo della madrepatria». In una trasmissione riparatrice Finkielkraut si è scusato: «Non volevo dire che tutti gli antillesi sono degli assistiti». Subito dopo i fatti dell’8 marzo scorso, quando giovani franco-africani e franco-maghrebini delle periferie hanno aggredito e derubato gli studenti bianchi che partecipavano ad una manifestazione contro la riforma scolastica, Finkielkraut insieme ad alcuni pezzi da novanta come Bernard Kouchner e Pierre-André Taguieff ha firmato una petizione che denunciava le ratonnades anti-blancs, cioè «le spedizioni punitive contro i bianchi» e dichiarava solennemente: «Chi parla di Sebastien? Per noi David, Kader e Sebastien (cioè ebrei, musulmani e cristiani bianchi, ndr) hanno lo stesso diritto alla dignità». Subissato pure stavolta dalle critiche, il filosofo ha infine ammesso che sarebbe stato più giusto aggiungere anche il nome di un giovane africano alla lista per non dare l’impressione di contrapporre i cattivi franco-africani a tutti gli altri.

DISTURBA SOPRATTUTTO QUANDO HA RAGIONE
L’ultima volta che Finkielkraut si è corretto risale a pochi giorni fa. Costretto a giustificare una per una le battute decontestualizzate apparse su Haaretz e su Le Monde, ha colto l’occasione per abiurare l’espressione «pogrom anti-repubblicano», da lui utilizzata a proposito delle sommosse nelle banlieue già su Le Figaro. Insomma, siamo davanti al raro caso di un intellettuale disposto ad ammettere di avere sbagliato, che si scusa quando giudica di essersi spiegato male. E allora, perché tanta cattiveria e malevolenza da parte di Le Monde e Nouvel Observateur? Perché questa character assassination paludata dietro formule subdole come «Razzista e colonialista Finkielkraut? Certamente no. Però…»? Per la ragione che Laurent Joffrin, uno degli autori del servizio di otto pagine sul Nouvel Observateur, ammette nel suo pezzo. Dopo aver riassunto il pensiero di Finkielkraut e di altri “neo-reazionari” sull’attuale momento storico in quattro densi paragrafi commenta: «Amico progressista, lettore di sinistra, democratico tollerante, ammettilo: leggendo questi paragrafi ti sei detto “non è tutto sbagliato, in questa visione del mondo c’è una buona parte di verità”. Il problema è tutto qui». Sì, il problema è tutto lì. Dare degli assistiti agli antillesi è una generalizzazione insostenibile, ma applaudire le invettive contro il colonialismo francese nel mentre che si ricevono sostanziose sovvenzioni dallo Stato centrale francese, come hanno fatto gli spettatori di Dieudonné, è un capolavoro di opportunismo e vittimismo. Dietro il quale sta un progetto ideologico che Finkielkraut non si stanca di denunciare: l’assimilazione della marginalità sociale di neri e arabi al colonialismo, quindi l’assimilazione del colonialismo allo schiavismo, quindi l’assimilazione dello schiavismo alla Shoah. Il tutto per lucrare indennizzi finanziari, vantaggi politici, egemonie culturali. Per questo Dieudonné accusa gli ebrei di esercitare il “monopolio della memoria”. Per questo le associazioni anti-razziste fanno il processo al colonialismo francese cinquant’anni dopo che è finito e chiamano “indigeni della Repubblica” i teppisti in rivolta delle banlieue.
Aver dato l’impressione, con l’appello contro il razzismo anti-bianchi, che i franco-africani in generale fossero i persecutori e tutti gli altri i perseguitati è certamente biasimevole. Ma molto più grave è l’atteggiamento delle associazioni antirazziste come il Mrap, la Lega per i diritti umani (Ldh) e in parte Sos Racisme, che hanno negato la dimensione razzista presente nelle violenze dell’8 marzo e hanno qualificato l’appello di “irresponsabile”. Anche qui la questione ideologica tante volte denunciata da Finkielkraut è visibile in filigrana: ammettere che le vittime del razzismo possano diventare a loro volta razziste, che la società multirazziale sia anche multirazzista, implicherebbe rinunciare alla visione angelicata dell’oppresso, che è violento solo nella stretta misura in cui deve raddrizzare le ingiustizie compiute contro di lui, e alla visione progressista secondo cui il razzismo è solo un epifenomeno di discriminazioni politico-economiche. La polemica di Finkielkraut smonta il gioco degli antirazzisti, che invocano la razza quando devono denunciare le discriminazioni ma la negano quando si analizza l’identità degli autori delle violenze; e smonta il gioco della sinistra benpensante alla Le Monde e alla Nouvel Observateur, che simula di credere ancora che la soluzione del problema delle banlieue sia meramente socìo-economica mentre le prove del contrario si accumulano, ma deve farlo per non lasciare spazi politici alla destra di Sarkozy.

COLPEVOLE DI LESA MAESTà
Tutti addosso a Finkielkraut, allora: sinistra radicale, grande stampa di sinistra, crema degli ebrei francesi di sinistra. La regia di Le Monde e Le Nouvel Observateur è molto accorta: Finkielkraut è il pompiere-piromane che eccita l’antisemitismo, il comunitarismo, il razzismo per il modo con cui li denuncia, che intima la laicità repubblicana ai suoi avversari ma pratica il comunitarismo per la propria parte; e a certificare tutto questo le due testate chiamano a raccolta ebrei più lungimiranti di lui. Daniel Lindenberg, che tre anni fa diede il via alla campagna contro i “nuovi reazionari” con un libretto di 96 pagine che faceva la lista dei nemici del popolo, descrive una Francia di opposti estremismi, Dieudonné da una parte e Finkielkraut dall’altra: «Questa gente sta istigando le comunità le une contro le altre. Peggio: le sta creando». L’Unione ebraica francese per la pace (Ujpf), movimento non sionista da anni alle calcagna del filosofo: «Questo signore attizza l’antisemitismo più di quanto non inciti alla riflessione». Il sociologo Michel Wieviorka: «Il paradosso di Alain Finkielkraut è che un giorno predica l’idea repubblicana su France-Culture e il giorno dopo, su Haaretz o sulle radio ebraiche, si presenta come un intellettuale parte del mondo ebraico. È quello che definirei un “repubblicano-comunitarista”. Questa posizione è intellettualmente indifendibile». Davvero? Allora bisognerà spiegarlo al direttore del Nouvel Observateur, Jean Daniel, che nel suo editoriale introduttivo al servizio-stroncatura fa la paternale al discolo Finkielkraut muovendo dalla seguente premessa: «Una delle più grandi sfide del XXI secolo è quella di conciliare il pieno riconoscimento della diversità delle culture col severo rispetto dell’universalità dei valori». Affermazione intellettualmente indifendibile agli occhi del progressista Wievorka, ma che Finkielkraut sottoscriverebbe volentieri. Per quale altra ragione il filosofo si è accanito in questi anni nella difesa del diritto all’esistenza non solo di Israele, ma della Croazia, della Slovenia e degli altri stati nati dal dissolvimento del socialismo reale, se non perché, come ha scritto, «l’umanità si declina al plurale»? Se non perché la democrazia e i diritti umani, valori universali, si incarnano diversamente a seconda del tempo, del luogo, della storia, della lingua, ecc.? Del “modello repubblicano” di laicità, di cui è irriducibile assertore, Finkielkraut difende non l’universalità esclusiva, ma la francesità. La quale è stata compromessa in primo luogo non dagli immigrati e dai loro figli, ma dalla società francese in generale e dall’intelligentsia in particolare nel momento in cui hanno sposato la linea del relativismo culturale. «Stavolta ha ragione Baudrillard», spiega Finkielkraut scuotendo la testa. «Non si può ntegrare nessuno in una società che è disintegrata. Ma nessuno vuole ammetterlo. Tutti continuano a ripetere le stesse cose con le stesse parole, il Partito socialista, Chirac, la Chiesa cattolica francese».
Di colpo diventa più chiaro perché la sinistra in quasi tutte le sue varianti l’abbia giurata a Finkielkraut: certo, gli si vogliono far pagare le sue uscite politicamente fuori tempo, che portano acqua al mulino delle ambizioni presidenziali di un Sarkozy. Ma soprattutto il suo atto d’accusa contro le elites intellettuali: non può dire che è colpa loro se la Francia non si ama più e poi sperare di cavarsela.

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