Nessun passo indietro

Di Rodolfo Casadei
15 Dicembre 2005
ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI POLITICHE IRACHENE, G. W. BUSH SPIEGA PERCHÉ NON CEDERÀ A CHI CHIEDE DI RITIRARE LE TRUPPE O FISSARE UN CALENDARIO. BILANCIO DI UNA SITUAZIONE IN CHIAROSCURO

Alla vigilia delle prime elezioni parlamentari dell’Irak post-Saddam, il bilancio della difficile transizione irachena è certamente controverso, ma una cosa è certa: fino a quando G. W. Bush sarà presidente le truppe americane non se ne andranno dall’Irak, né verrà fissato un calendario per il ritiro. Di tutto può essere accusato National Strategy for Victory in Iraq, il documento del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa (Nsc) presentato dal presidente il 30 novembre scorso, ma non di essere poco persuasivo quando illustra le ragioni per cui gli Usa non molleranno la presa tanto facilmente. «I terroristi stessi», vien detto in base a citazioni di Bin Laden, Zawahiri e Zarqawi «riconoscono che l’esito in Irak – successo o fallimento – è decisivo per l’esito della più ampia guerra al terrorismo. Quel che succede in Irak influenzerà il destino del Medio Oriente per le generazioni a venire e avrà un profondo impatto sulla nostra sicurezza nazionale». Gli Usa non possono permettersi una sconfitta perché le conseguenze del fallimento sarebbero disastrose. «Se noi e i nostri partner falliremo, l’Irak diventerà un rifugio sicuro per terroristi come lo era l’Afghanistan, però in uno dei territori più strategici del mondo, con grandi risorse naturali da sfruttare per finanziare futuri attacchi. Se falliremo, i terroristi avranno conquistato una vittoria decisiva sugli Usa, dimostrando che le loro tattiche a base di decapitazioni, attentati suicidi e brutale intimidazione dei civili funzionano, aprendo la strada ad altri funesti attacchi in tutto il mondo. I terroristi vedranno rafforzata la loro convinzione che l’America non è in grado di reagire e combattere, ma si dà alla fuga davanti alle avversità. La nostra credibilità e il nostro impegno nella regione e nel mondo saranno messi in dubbio. Sin dal 1998 Al Qaeda ha ripetutamente menzionato il Vietnam, Beirut e la Somalia come esempi per incoraggiare attacchi contro l’America e i nostri interessi all’estero. Se ci ritiriamo dall’Irak, i terroristi inseguiranno noi e i nostri alleati, espandendo la lotta al resto della regione e alle nostre stesse spiagge».

Mai tanti attacchi,
mai tante truppe irachene

Analisi ineccepibile. Ma la realtà sul terreno parla la lingua della vittoria o del fallimento? Qui le opinioni divergono. Michael O’Hanlon, analista della Brookings Institution, traccia un quadro decisamente pessimista: «I caduti delle forze della coalizione continuano ad essere 65-70 al mese dalla primavera scorsa, più o meno la media dalla caduta del regime di Saddam. Le forze di sicurezza irachene hanno perduto più unità di personale negli ultimi cinque mesi che in qualunque altro periodo: le loro perdite ammontano a 60 uomini alla settimana. Settembre è stato il peggior mese di sempre per quanto riguarda attentati con più vittime. Di conseguenza le vittime fra i civili hanno toccato i massimi storici degli ultimi 30 mesi. Il tasso di criminalità resta il più alto del Medio Oriente, senza segni di miglioramento. L’infrastruttura petrolifera subisce 10 attacchi al mese, un po’ più di quanti ne avvenivano subito dopo la caduta di Saddam. E gli insorti organizzano una media di 90 attacchi al giorno nelle ultime settimane, anche in questo caso il valore più alto registrato dopo la caduta di Saddam».
Per trovare spunti incoraggianti bisogna scorrere le pagine di National Strategy for Victory in Iraq: «Progressi significativi sono stati compiuti nel sottrarre territorio al controllo nemico. Per gran parte del 2004 importanti parti dell’Irak e grandi centri urbani erano zone proibite per le forze irachene e della coalizione. Fallujah, Najaf e Samarra erano sotto controllo nemico. Oggi queste città sono sotto il controllo governativo e il processo politico ha preso piede. Per via della crescente fiducia verso lo Stato iracheno e la crescente frustrazione nei confronti dei terroristi e degli altri insorti. i cittadini iracheni stanno fornendo sempre più intelligence alle forze irachene e della coalizione. Nel marzo scorso le nostre forze hanno ricevuto 400 informazioni di intelligence da cittadini iracheni; in agosto erano diventate 3.300 e in settembre più di 4.700. Alla fine di novembre le forze di sicurezza irachene addestrate ed equipaggiate erano 212 mila, contro le 96 mila del settembre 2004. Nell’agosto dell’anno scorso c’erano solo 5 battaglioni dell’esercito in grado di combattere, oggi ci sono 120 battaglioni dell’esercito e della polizia in grado di combattere. Nel giugno dello scorso anno nessuna unità delle forze di sicurezza irachene aveva il controllo di un territorio. La coalizione provvedeva alla maggior parte della sicurezza in Irak. Oggi, gran parte della provincia di Baghdad è sotto il controllo delle forze irachene, come pure le città di Najaf e Karbala, mentre altri battaglioni e brigate irachene controllano centinaia di miglia quadrate di territorio in altre province irachene. Nonostante i ripetuti e brutali attacchi contro le forze di sicurezza irachene, il numero dei volontari continua ad essere superiore alla domanda, che pure è forte».
Sia come sia, il messaggio dell’Amministrazione Usa, all’indomani del voto del Congresso che ha messo fine alle suggestioni circa un ritiro delle truppe e alla vigilia delle elezioni di dicembre, è estremamente chiaro. Dopo aver premesso che si punta ad una vittoria “a fasi”, il documento del Nsc conclude: «Anche se abbiamo fiducia nella vittoria in Irak, non indicheremo una data certa circa quando ciascuna fase di successo sarà raggiunta, perché la tempistica del successo dipende dalla realizzazione di certe condizioni, non da un calendario arbitrario. Termini o calendari arbitrari per il ritiro delle forze della coalizione sarebbero irresponsabili e fatali, perché suggerirebbero ai terroristi, agli ex baathisti e agli insorti che gli basta aspettare per vincere. Nessuna guerra è mai stata vinta in base ad un calendario, e neppure questa lo sarà». La discussione è chiusa.

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