Non forzate i figli allo sport (non è roba adatta a tutti)

Di Fornari Alberto
15 Dicembre 2005

«L’uomo che canticchia sotto la doccia è l’origine della grande lirica. Ha la stessa dignità: è solo una questione di percorso». L’ha detto Pavarotti, simpatico e intelligente. Parafrasiamo: il bambino che si trastulla con una palla è l’origine del grande calcio. Il problema è il percorso. Ma non c’è percorso senza luogo. Vi ricordate, genitori con i capelli brizzolati, le partite nel cortile, ai giardinetti, in strada o all’oratorio? Quelle che cominciavano alle tre e finivano col buio? E stringiamo la porta, tre contro quattro va bene lo stesso, però Giuseppe te lo prendi tu, che è scarso?
Altra Italia, certo, e detesto chi rimpiange il passato. Lo spontaneismo poi lo lasciamo a Cruyff, l’olandese volante degli anni 70, che oggi teorizza si torni al calcio di strada, dimenticando cosa è la strada oggi. Ma le leggi della società sono ferree come quelle della natura: dove c’è un vuoto, qualcuno lo occupa. Non abbiamo costruito ambiti umani dove i nostri figli possano crescere integralmente e fare i loro passi umani; e allora li mandiamo a fare sport. Che è una forzatura perché lo sport è ragionevole da un certo punto in poi del percorso e (bestemmia!) lo sport non è per tutti. Mentre per tutti è il gioco, l’amicizia e. la doccia. Ma lo mandereste un figlio di sei anni a studiare lirica?

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