Riempiamo le galere con un po’ di speranza
«Non credo proprio che dopo il caso Fiorani e il coinvolgimento di politici e uomini delle istituzioni il Parlamento debba continuare a parlare di amnistia. Suonerebbe come un atto di arroganza e auto-assoluzione», parola del diessino Giovanni Kessler, prontamente sposata anche dallo stato maggiore della Margherita. La campana a morto per la battaglia di Marco Pannella ha cominciato a battere non appena le cronache hanno riportato dell’arresto di Giampiero Fiorani e dell’apertura, per ora ancora informale, di Bancopoli. Troppo pericoloso, con la campagna elettorale ormai alle porte, far passare nella testa della gente l’idea che il Palazzo e le sue diramazioni colgano la palla al balzo per un colpo di spugna, facendosi scudo con la pietà e con la richiesta di Giovanni Paolo II alla Camera dei Deputati. No, la strada è impraticabile. Che fare, quindi? Un bell’indulto, che non estingue il reato ma accorcia i tempi della carcerazione per chi ne può beneficiare. A pensarla così, pur non volendo minimamente entrare nelle questioni politiche che sottendono la questione, è anche Francesco Castellano, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, secondo il quale «il problema reale, visto con gli occhi del magistrato, non è l’amnistia ma il sovraffollamento delle carceri. Una situazione che soltanto l’indulto, in questo momento, potrebbe non sanare ma quantomeno rendere meno pressante e drammatica».
Dottor Castellano, il suo sembra un vero e proprio grido d’allarme.
In effetti lo è. A mio avviso, vivendo questa realtà quotidianamente, il provvedimento è necessario subito, adesso. La situazione di affollamento delle carceri italiane è incredibile e rischia di rendere ingovernabile l’intero sistema, soprattutto alla luce della legge ex Cirielli che prevede fortissime limitazioni delle misure alternative di detenzione per i recidivi. Parliamoci chiaramente. Riportare in carcere chi è in affidamento o ai domiciliari significa far crescere in maniera esponenziale il numero di detenuti che già oggi supera di 15 mila unità quello previsto. Le carceri italiane, infatti, potrebbero contenere 40-45 mila detenuti: siamo già a quota 60 mila e le previsione parlano della possibilità di arrivare a 80 mila. Come si fa? Per questo dico che non voglio e non mi interessa intervenire sull’amnistia, che è una scelta politica, ma ritengo necessario l’indulto.
Populisticamente parlando si potrebbe dire che per risolvere il problema basterebbe costruire nuove carceri…
Populisticamente parlando non c’è dubbio, ma poi c’è la realtà da affrontare e la realtà è testarda. Costruire nuovi penitenziari richiede tempo – e non poco – e inoltre bisogna reperire il personale per farle funzionare queste nuove prigioni: abbiamo questo tempo, la situazione attuale di sovraffollamento ci permette di dilazionare ulteriormente i tempi di un intervento? Io, dati alla mano, dico di no. Inoltre io sono un magistrato, non sta a me né alla mia categoria preoccuparsi di questo problema, che riguarda una programmazione e una scelta dello Stato.
Siamo veramente al collasso?
Sì, è inutile negare la realtà. D’altronde i tempi per un provvedimento del genere sono maturi. Volendo prescindere dall’appello del Papa per l’amnistia, storicamente l’indulto veniva concesso con una periodicità abbastanza fissa, mentre oramai sono quindici anni che in questo paese non vengono presi provvedimenti di clemenza.
Non pensa comunque che l’opinione pubblica potrebbe avere una percezione distorta di un provvedimento simile? L’emergenza criminalità è molto sentita.
Non so quale potrebbe essere la percezione dell’opinione pubblica ma certamente ammetto che c’è il rischio di una ventata populistica da parte di qualcuno, visto che è inutile nascondersi dietro un dito: il 50 per cento dei detenuti, attualmente, sono cittadini extracomunitari. Sono loro, infatti, ad aver portato all’esplosione del numero delle detenzioni. A questo punto non posso che ripeterle che la valutazione di questa situazione, le conseguenze da trarre, dipendono tutte dalla politica: la quale, infatti, deve tener conto da un lato del sovraffollamento carcerario e dall’altro compiere valutazioni di opportunità. La stragrande maggioranza dei detenuti extracomunitari sono in carcere per reati tipici dell’emarginazione sociale, della mancanza di lavori stabili e della precarietà. Queste situazioni non possono essere sanate da un intervento della magistratura: noi applichiamo la legge, non la scriviamo.
Qualcuno propone di far scontare la pena nel paese d’origine: le sembra una strada percorribile?
è difficile, molto difficile. Primo perché bisogna avere la certezza della cittadinanza e dell’identità della persona, cosa non sempre facile. E poi perché alla luce della Legge Bossi-Fini il cittadino extracomunitario con una pena o un residuo di pena da scontare inferiore ai due anni, per determinati tipi di reati, può vedere la pena detentiva tramutata in espulsione. Questo si sta già facendo, ma è ovvio che non possiamo lasciare liberi personaggi che si sono macchiati di reati gravi. Quindi, quanto previsto dagli articoli 13 e 16 della legge Bossi-Fini non basta per limitare il problema.
Immagino che sovraffollamento carcerario sia sinonimo di intasamento dell’attività giudicante.
è una follia, i ritmi sono allucinanti, le istanze di ammissione a misure alternative sono a non finire, il numero delle udienze incredibile, al limite del collasso. Il problema ulteriore è che questa fatica nella gestione ordinaria da parte della magistratura va a riverberarsi pesantemente sulle carceri e sul loro funzionamento interno oltre che sulle condizioni di lavoro degli operatori e di vita dei detenuti. Capisce da solo, a questo punto, quale sia il livello di fibrillazione dell’intero sistema.
Lei ha attaccato la legge ex Cirielli, un’abitudine abbastanza diffusa.
Attenzione, io non entro affatto nel merito dell’accorciamento dei tempi per la prescrizione, non è questa la questione che mi interessa. Mentre invece le polemiche che sono divampate attorno a questa legge mi sembra fossero focalizzate proprio su questo punto. La questione è un’altra: abbiamo 60 mila detenuti, più altri 60 mila in affidamento, più ulteriori 60 mila con pene da eseguire: come si esce da questa situazione? Come? Il problema qui non è se è il caso di affrontare la realtà ma come affrontarla se non vogliamo che il sistema esploda. Se non ci mettiamo impegno e serietà per trovare una soluzione che renda vivibili le carceri, salta tutto. Per questo dico che la ex Cirielli e le sue restrizioni verso i recidivi per quanto riguarda le misure alternative alla detenzione rappresentano un problema enorme.
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