Su su per li rami…
Nota di riedizione
Il 28 dicembre scorso il Corriere della Sera titola: ‘Gnutti-Consorte, si indaga su Telecom Italia’. Ed ecco l’attacco dell’articolo di Luigi Ferrarella: «La fase finale, quattro anni fa, dell’operazione Olivetti-Telecom si affaccia nelle carte dell’inchiesta milanese». L’indagine non riguarda «la scalata all’Olivetti nel 1999 da parte di Colaninno, Gnutti e una miriade di alleati (tra i quali l’Unipol guidata da Gianni Consorte)» precisa il cronista, «bensì i possibili legami tra alcuni successivi rapporti patrimoniali personali Gnutti/Consorte e le modalità dell’uscita da Olivetti nel 2001 degli scalatori (tra i quali appunto le società del finanziere bresciano e del manager bolognese), avvenuta con la vendita, lastricata di plusvalenze, del loro pacchetto Olivetti alla Olimpia di Tronchetti Provera e Benetton».
La scalata del ’99 non c’entra? Sarà. Ma il fiume di soldi e di azioni che gli indagati si scambiano a partire dal 2001, da dove viene se non dalla più politica e stravagante delle scalate che si siano mai viste in Italia? Scrive ancora Ferrarella: «A fine luglio 2001 la cessione a Tronchetti del pacchetto Olivetti in mano agli scalatori vede la Bell (il veicolo di Gnutti usato per la scalata, controllato dalla Hopa di Gnutti nella quale il finanziere bresciano ha tra i tanti importanti soci anche l’Unipol) vendere le azioni Olivetti a 4,17 euro (sul mercato i titoli quotavano attorno ai 2,1 euro). A ridosso, ecco Unipol vendere a Gnutti due pacchetti di azioni Olivetti: il 31 luglio cede alla Bell 36,5 milioni di titoli (in portafoglio da tempo) a 3,01 euro l’uno, e l’8 agosto allo stesso prezzo consegna alla Hopa altri 12 milioni di azioni Olivetti. In apparenza, rispetto ai prezzi che si potevano conseguire sul mercato, Gnutti paga dunque il 50 per cento in più a Unipol, che per la compagnia di Consorte valgono una cinquantina di milioni di euro, in aggiunta al già soddisfacente profitto (circa 48 milioni di euro) realizzato tramite la Bell, di cui Unipol è azionista».
Già a questo punto ci si potrebbe fermare e chiedersi: ma come mai un genio della finanza come Gnutti paga a Consorte prezzi fuori mercato, addirittura il 50 per cento in più? Mistero? Mica tanto. Ci arriva anche il giornale di via Solferino. Sabato 30 dicembre il Corriere della Sera titola: ‘La caduta del Barone Rosso’. Occhiello: ‘L’ingegnere che per fare grande Unipol si alleò con i furbetti’. L’autore, Carlo Cinelli, ripercorre il cursus honorum di Giovanni Consorte, «il Cuccia rosso», «l’ingegnere abruzzese dai modi franchi e spicci» che inseguiva «il sogno di fare grande la sua Unipol, la compagnia della Lega delle Cooperative che guidava da quindici anni». Non un ‘mariuolo’ qualsiasi (come pare che qualcuno adesso voglia qualificare Consorte), ma l’uomo di partito che «ha ristrutturato il pianeta rosso delle coop, gli ha evitato un crac finanziario a metà degli anni Novanta» e che ha portato l’Unipol in Borsa nell’89.
Dove sta il problema? Il Corriere lo scrive chiaro e tondo: «Poi a scorrere veloce il calendario, ci fu la partecipazione a fianco di Roberto Colaninno e dei ‘capitani coraggiosi’ alla scalata Telecom. Madre di tutte le Opa, ma anche di tutti i pasticci e gli intrecci venuti al pettine in questi mesi nelle indagini della magistratura milanese. E chiamarli pasticci è certo poco.». Lunedì 2 gennaio, il Corriere della Sera titola a pagina 11 (e perché non in prima se la notizia vale quattro volte il tesoro di Tangentopoli che è stato sulla prima pagina per anni?) ‘Il tesoro dei ‘furbetti’? Come 4 Tangentopoli’.
UN PASSO INDIETRO… IN TRIBUNALE
Stop. Fermiamoci qui. E ritorniamo su una notizia che gli affezionati lettori di Tempi conoscono già. Il 30 giugno 2005, siamo stati assolti con formula piena dall’accusa di lesione del diritto d’autore. Non abbiamo ancora letto la sentenza, ma il succo della storia giudiziaria da cui siamo usciti più che puliti «per non aver commesso il fatto» è che per aver noi recensito e rilanciato (nella primavera del 2003) il libro-scoop di Oddo e Pons (giornalisti del Sole 24 Ore e La Repubblica) L’Affare Telecom. Il caso politico-finanziario più clamoroso della Seconda Repubblica, Sperling&Kupfer (uscito nel luglio 2002), invece di fiori abbiamo ricevuto dagli autori: prima una minaccia di querela per tramite di Dario Di Vico (Corriere della Sera del 26 maggio 2003); poi, primavera del 2004, un avviso di garanzia dalla procura di Monza sulla base di una denuncia presentata addirittura in sede penale dagli stessi Oddo e Pons (l’accusa, «riproduzione abusiva a scopo di lucro», ‘pirateria’ insomma, passibile di condanna da uno a sei mesi di carcere, insomma).
Cosa c’entra questo contenzioso kafkiano, che rappresenta un caso pressoché unico nella storia del giornalismo italiano, con il ‘Tesoro dei furbetti’ che vale ‘4 Tangentopoli’?
TANTI SOLDI E QUALCHE DOMANDA
Solo in questi giorni cominciamo un po’ a capire. E a convenire con Giuliano Ferrara sul fatto che «un partito parteggia letteralmente per gli uni contro gli altri, ovviamente nel rispetto di certe regole comunemente accettate e codificate, valide per tutti. Se questo fosse stato e fosse il discorso pubblico del segretario dei Ds, il suo orgoglio telefonico per avercela fatta a creare un polo bancario e assicurativo legato al movimento cooperativo non farebbe nemmeno notizia. Gli si rimprovera soltanto, e non è poco, di aver sbagliato cavallo nel caso sia dimostrato in giudizio che l’Opa Unipol su Bnl era davvero fondata su imbrogli e violazioni di legge, addirittura sulla compartecipazione a una rete associativa a delinquere che sale per li rami su su fino all’Opa Telecom». «Rete associativa a delinquere che sale per li rami su su fino all’opa Telecom»? Sia chiaro, che ci sia stata ‘una associazione a delinquere’, non è un’aggressione giornalistica, ma è il reato contestato dai magistrati all’ex numero uno dell’Unipol e ai suoi soci in affari. Che tale reato sia comprovabile e, nel caso, che arrivi fino alla scalata Telecom del ’99, è tutto da dimostrare. Però, ha ragione l’Elefantino a scrivere che prima di discutere delle grandi manovre del Corriere della Sera e di Paolo Mieli, bisognerebbe chiedere conto «dell’immenso patrimonio accumulato da Consorte e Sacchetti nella forma di consulenze pagate, che però assomigliano a una provvista finanziaria in piena regola, su conti esteri gestiti dai finanzieri di riferimento del partito, divisa perfettamente a metà». E poi di nuovo ha ragione Ferrara quando dice che bisognerebbe mettere in chiaro l’oracolo della sibilla Guido Rossi, secondo il quale quando D’Alema era capo del governo «a Palazzo Chigi funziona l’unica merchant bank in cui non si parla l’inglese». Bisognerebbe interpretare i brodini di Prodi, i distinguo di Amato, le interviste di Violante. E poi, e poi. resta da appurare perché due valenti giornalisti economici abbiano portato in tribunale i loro lettori (che hanno fatto solo pubblicità gratuita al loro libro) invece che le carte e i protagonisti del ‘caso politico finanziario più clamoroso della Seconda Repubblica’. Un caso che riproponiamo così come lo sintetizzammo (grazie al libro-scoop che si era andato a nascondere, che Tempi rilanciò gratis et amore Dei nel 2003 e che, insistiamo, dovrebbe essere finalmente acquisito agli atti delle inchieste in corso sul ‘Tesoro 4 volte Tangentopoli’) negli articoli apparsi su Tempi del 22 maggio 2003, che qui di seguito ripubblichiamo.
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