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Se non bastassero la querelle russo-europea sul gas e le tensioni medio-orientali, sarebbe sufficiente dare uno sguardo al frenetico attivismo della Cina sul mercato mondiale del petrolio per prospettare all’Europa il rischio di un futuro energetico sotto “ricatto”.
La China National Petroleum Corp (Cnpc) ha inaugurato il 15 dicembre scorso un oleodotto lungo 962 km tra Cina e Kazakhstan. Considerando che in ottobre la privatizzazione della compagnia petrolifera PetroKazakhstan si è conclusa proprio con l’acquisto da parte della medesima Cnpc, la Cina non solo avrà accesso diretto ai vari giacimenti kazaki, tra cui quello di Kashagan sul Mar Caspio, il più ricco deposito scoperto negli ultimi decenni, ma ipoteca privilegi di sfruttamento sugli altri settanta miliardi di barili di petrolio che si stimano giacere nel sottosuolo del Kazakhstan. Ancora nell’ottobre scorso alcune compagnie cinesi si sono assicurate il 50 per cento della partecipazione Shell nei giacimenti del Blocco 18 in Angola. E il 20 dicembre la stessa Cnpc ha annunciato anche l’acquisto, in joint venture con la compagnia pubblica indiana Oil and Natural Gas Corporation, del 37 per cento della quota di Petro-Canada nei giacimenti petroliferi siriani di al-Surat (che producono circa 60 mila barili al giorno). Intanto, dopo che la compagnia statale cinese (Sinopec) ha siglato un contratto da 70 miliardi di dollari per lo sfruttamento e lo sviluppo del giacimento di gas naturale iraniano di Yadaravan per l’estrazione di 250 milioni di tonnellate di gas su 30 anni, procede il progetto di costruzione di un altro oleodotto che dall’Iran arriverà fino al Mar Caspio, per poi collegarsi con l’oleodotto della Cnpc. Si aggiunga infine il tentativo fallito di acquisto della compagnia americana Unocal e le offerte per la proprietà ecuadoriane della società Encana e se ne avrà un quadro sufficientemente chiarificatore.
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