NYT gate

Di Sorbi Mattia
19 Gennaio 2006
IL 'NEW YORK TIMES' è ANCORA IL QUOTIDIANO PIù AUTOREVOLE DEL MONDO? SCANDALI, PLAGI, ERRORI. QUANDO IL GIORNALISMO SI FA ARTEFICE DELLA REALTà, ANZICHé RACCONTARLA

New York. «Saprà Arthur Sulzberger salvare se stesso e la sua creatura?». Ken Auletta ripropone a Tempi l’interrogativo che ha già espresso sulle pagine del settimanale per cui lavora, il patinato New Yorker. Arthur Sulzberger è il proprietario del New York Times, il quotidiano che ad ogni latitudine del globo viene definito come «il più autorevole del mondo». Ed è proprio per questa sua nomea che oggi è diventato il centro del bersaglio polemico del resto della stampa liberal d’America.
Non sembra poter essere la gloriosa storia della testata, l’àncora di salvataggio per Sulzberger. Che il New York Times sia stato in prima linea nel difendere le ragioni di Martin Luther King, nell’oppporsi alla guerra del Vietnam, nel criticare ferocemente l’amministrazione Nixon, nel favorire una linea abortista, sembra oggi importare a pochi. E nemmeno la sempre più smaccata linea anti-Bush – in tempi di lotta al terrorismo in cui l’elettore americano sente pressante la questione della sicurezza – sembra non pagare in termini di vendite. Anche l’ultimo attacco al presidente per aver autorizzato le intercettazioni su sospetti terroristi non sembra aver convinto l’opinione pubblica statunitense. Così, negli ultimi tre anni il NYT ha visto scivolare il proprio profitto sempre più in basso, con un crollo delle azioni (-33 per cento solo nell’ultimo anno) che hanno costretto Sulzberger a tagliare ben 700 posti di lavoro. Ma, appunto, non si tratta solo di una crisi finanziaria, quanto di un progressivo e incessante logoramento causato dai ripetuti scandali che hanno coinvolto alcuni suoi giornalisti.
Nella primavera del 2003 il San Antonio Daily News, un giornale del Texas, ha denunciato il NYT di plagio. L’inviato Jayson Blair, un giovane neoassunto di colore, aveva con un abile copia-incolla raccontato – infarcita di fantasiose interviste – la vicenda della soldatessa rapita e liberata in Irak, Jessica Lynch. Dopo aver ammesso l’errore, il direttore Howell Raines ha rassegnato le dimissioni ed è stata istituita la figura di ‘public editor’, una sorta di controllore interno alla redazione con il compito di verificare il lavoro dei giornalisti e pubblicare due volte al mese un resoconto delle inesattezze. Ma tali precauzioni non hanno preservato il NYT da ulteriori figuracce. L’ultima – come racconta Auletta a Tempi – riguarda il licenziamento della giornalista Judith Miller. La Miller è stata premiata in settembre col medaglione di bronzo alla carriera proprio dal suo editore, per aver trascorso coraggiosamente 85 giorni nella prigione di Alexandria, Virginia, essendosi rifiutata di rivelare una propria fonte (un agente Cia). La stessa Miller è però stata licenziata in novembre per aver sostenuto con estrema sicurezza l’esistenza delle armi di distruzione di massa nell’Irak di Saddam. Bill Keller, il nuovo direttore, ha preso le distanze dalla propria dipendente e l’opinionista e femminista del NYT, Maureen Dowd, s’è permessa sulle stesse colonne di definirla una «woman of mass destruction» (‘donna di distruzione di massa’).

UN PROBLEMA CULTURALE
Molte possono essere le chiavi di lettura di questa crisi di cui gli intellettuali si sono accorti con più ritardo rispetto ai lettori (a New York il meno balsonato Daily News ne vanta il triplo). «Di certo c’è – suggerisce Lorenzo Albacete, columnist e monsignore che i lettori di Tempi conoscono – che al fondo v’è un problema culturale. Cioè di persone che hanno iniziato a concepirsi non più come osservatori dei fatti, ma come artefici degli eventi stessi».

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