L’analogia di Bill
«L a creazione è che tu scopra te stesso» e ancora «Arte è essere la tua vita interiore»: con queste espressioni Congdon offriva una spiegazione di quello che era per lui la pittura. Come non vedere lo stretto parallelismo con Jackson Pollock quando affermava che «Painting is self-discovery» o anche «Every good artist paints what he is». è infatti l’Action Painting, di cui Pollock fu il maggior esponente, a darci le coordinate per collocare il pittore W. Congdon di cui il Museo diocesano di Milano si assume il grande merito di allestire la Mostra ‘Analogia dell’icona’ dal 3 marzo al 29 maggio 2005. Il Museo milanese sin dal suo sorgere si è posto decisamente all’avanguardia nel panorama culturale della nostra città per la capacità, quasi scomparsa, di sfidare i luoghi comuni e le mode qualunquistiche che inflazionano anche le più autorevoli istituzioni del settore, riuscendo a coniugare la salvaguardia dei valori con un’apertura al nuovo, al ‘cambiamento’.
Cosa, pertanto, di più affascinante di questa scelta di esporre un pittore appartenente all’Action Painting americana il quale, con le sue opere cariche di dolore e contraddizione come è stato tutto il secolo appena conclusosi, con le sue spatolate di colore, con le sue personali sfide con la materia, sia essa pigmento o altro, con il suo ‘gesto’ castamente astratto, ma forse proprio per questo assolutamente concreto, verrà a portare una vertiginosa ‘sfida’ ad un luogo così sereno, ordinato e composto come un ex chiostro? Veramente commovente è l’idea di ‘ritorno’ che è significata dalla Mostra. Innanzitutto ‘ritorno’ attraverso quello che sarà il clou dell’evento e, cioè, l’innumerevole presenza di opere che W. Congdon dedicò alla figura del crocifisso. Dai mille ‘non-luoghi’ del suo vagare personale e artistico, un giorno del 1959 da protestante qual era, tornò alla Chiesa cattolica, facendosi battezzare ad Assisi, città dove aveva scelto di vivere in quegli anni.
I CINQUE PUNTI
Ma di ‘ritorno’ si tratta anche in senso più ampio, giacchè dopo essere partita dalla nostra vecchia Europa, nella prima metà del secolo XX, l’Astrazione, sotto forma di Cubismo e soprattutto di Surrealismo, e dopo aver esportato aldilà dell’Oceano, quel background simbolista fatto di connessioni con la teosofia, l’occultismo, vari ed esoterici sistemi di pensiero, ovvero, quella ‘religione in senso ampio’ (quanto ambiguo) di cui parlava entusiasta Kandinskij, oggi tutto ciò ‘torna’ alla terra per così dire d’origine, purificato dalla parola ‘sì’ che un esponente degli eredi americani delle nostre ‘esportazioni’ ideologiche e culturali, ha detto ad un Fatto: il Cristo e il Cristo Crocifisso. Congdon è stato uno splendido interprete di quanto Mark Rothko anteponeva ai ‘Cinque punti’ che il New York Times pubblicò il 13 giugno del 1943: «Per noi (gli artisti della ‘Scuola di New York’, nda) l’arte è un’avventura dentro un mondo sconosciuto che può essere esplorato solo da chi ha la volontà di assumersene i rischi». Congdon ha rischiato tutto di sé dicendo ‘sì’ fino a dipendere fisicamente da rapporti, luoghi, condizioni che tanto sembravano contrastare con l’anelito di libertà che sempre lo ha guidato.
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