L’eugenetica religiosa indiana

Di Lenzi Massimiliano
17 Marzo 2005
L'ULTIMA FRONTIERA è LA SCELTA DELL'EMBRIONE "PARSI". ACCADE IN INDIA DOVE SEMPRE PIù COPPIE CHIEDONO UN FIGLIO NON SOLO PERFETTO, MA ANCHE DELLA LORO CONFESSIONE. INTERVISTA AI DUE MEDICI CUI è STATA RIVOLTA LA RICHIESTA

Le pareti bianche, asettiche, che corrono parallele per oltre cento metri. Un corridoio stretto e con poca luce che si apre su un’anonima porta a vetri: sopra, per chi arrivasse per la prima volta, c’è scritto a caratteri stampatello tutto quello che si deve sapere: “Infertility Assisted Reproduction”. Fecondazione assistita. Lilavati, ospedale moderno nel centro di Bombay, la megalopoli indiana che accoglie oltre 16 milioni di persone, è il presidio dell’avanguardia tecnico-scientifica in Asia. Qui, per la prima volta nella storia dell’umanità dai tempi di Adamo ed Eva, il 14 luglio del 2003 una coppia indigena che non riusciva ad avere figli si è presentata davanti al professor Hrishikesh Pai, responsabile del reparto di ginecologia del nosocomio, con una richiesta precisa: conoscere, oltre alle caratteristiche fisiche e morali del futuro ed anonimo donatore di seme, anche la sua affiliazione religiosa. Sia mai nascesse, per sbaglio cromosomico, un bambino di un altro credo.
La storia comincia come tutte le altre vicende di coppie in cerca, grazie alla scienza, del figlio mai avuto. Marito e moglie si sottopongono a tutti gli esami ed ai controlli previsti dall’iter della procreazione assistita. Il motivo, una scarsa concentrazione spermatozoica del marito. «Cose che capitano», come dicono i medici. Tutto sembrava correr via liscio, test dopo test, sino a quella calda mattina di metà luglio: «Vogliamo che il donatore dello sperma sia un parsi». I parsi sono una comunità nordica arrivata in India dalla Persia, una minoranza che ha lasciato comunque un segno rilevante nella storia indiana. Il marito di Indira Gandhi, padre di Rajiv e suocero di Sonia, era un parsi.

SCIENZA E PREDETERMINAZIONE
All’insolita e precisa indicazione della coppia lo staff dell’ospedale comincia a scartabellare tra le carte d’identità dei liquidi seminali donati ed in attesa di essere iniettati a chissà quale donna. Le religioni, sembrano esserci tutte: cattolici, indù, buddisti, musulmani. Tutte, tranne una: manca lo spermatozoo parsi. Dopo un paio di giorni di accurate ricerche negli archivi dello sperma parcheggiato in ospedale, i medici sono costretti a convocare i due giovani sposi desiderosi di fecondazione assistita. A dar loro la cattiva novella è il dottor Nandita Palshetkar: «Abbiamo cercato in ogni dove, ma il seme parsi non si trova». I due sposi riflettono un attimo, prendono tempo. Parlano pochi minuti poi si alzano e si rincamminano verso la porta trasparente dell’Assisted Reproduction. Prima che i medici possano dir loro qualcosa attaccano a parlare. Per Tempi rammenta quell’incontro il dottor Palshetkar: «Ricordo che cominciò a parlare il marito. “Per il momento – mi disse – rinunciamo ad avere un figlio in attesa e con la speranza che un nostro correligionario dia un contributo seminale”. Sulle loro facce, soprattutto sul viso della donna, colsi imbarazzo ma la decisione era stata presa: l’uomo riteneva disonorevole far fecondare la sua donna da spermatozoi appartenenti a donatori di altre confessioni».
Seme di credente cercasi. Un’altra frontiera per la volontà umana di onnipotenza: l’eugenetica, come in una mefistofelica costruzione Lego, può scegliere tutto del seme che genererà il bambino, su richiesta dei genitori per volontà ma non per natura: la sua salute, i suoi occhi, i suoi colori, il suo grado di intelligenza e financo la sua religione.
Basta dare un’occhiata alle statistiche del centro dell’ospedale di Lilavati e curate dal professor Hrishikesh Pai, per cominciare un viaggio nel limbo della fecondazione assistita: «Su dieci coppie che in India fanno ricorso all’inseminazione artificiale – spiega Pai a Tempi – tre chiedono che il seme del donatore (o l’ovulo della donatrice) sia di un maschio o di una femmina della loro stessa fede». Nel caso del professor Pai siamo di fronte ad una persona che, pubblicamente, biasima i comportamenti di questi genitori “integralisti” e rifiuta, almeno in parte, la figura di sciamano eugenetico che molte coppie vorrebbero attribuirgli, chiedendogli di mediare tra naturale e sovrannaturale, tra scienza e predeterminazione della fede religiosa di un nuovo individuo, a cominciare dallo sperma e fottendosene del libero arbitrio. «Lo sperma – sottolinea Hrishikesh – non può avere una confessione religiosa. Così come gli ovuli non possono avere una fede, sono richieste assurde». Assurde, certo, ma reali. Talmente vere e quantitativamente rilevanti che al Centro ospedaliero di Bombay è già sorta una casistica sui molti casi avvenuti. Ce ne sono per tutte le confessioni. A cominciare dai musulmani. «Spesso – sottolinea ancora il medico indiano – coppie musulmane, che già si avvicinano con una certa diffidenza alle tecniche di riproduzione assistita, mettono come condizione, anzi come pretesa, la necessità che il seme sia donato da un loro confratello».
COSì FANNO ANCHE I CATTOLICI
Stessa musica se, abbandonando per un attimo la peculiarità dei credi religiosi, passiamo a quella delle abitudini alimentari che, come in un cortocircuito in cui tutto si tiene sino all’inverosimile, rimandano all’appartenenza di fede. è il caso degli indù, molti dei quali si astengono dal mangiare carne. In queste circostanze la richiesta delle coppie è che il seme appartenga perlomeno ad un vegetariano. «In tali situazioni – spiegano i medici di Lilavati – potrebbe anche esserci una qualche fondatezza. Perché l’istinto a nutrirsi di carne potrebbe ritornare, una volta che il seme diventa embrione e poi bambino, nel ragazzo cresciuto». Ed allora, davanti ad una bistecca alla brace, addio al vegetarianismo religioso con tutto quel che segue. Tornando alle casistiche, secondo quanto ribadito più volte dallo stesso Pai in una recente intervista al quotidiano indiano The Asian Age gli unici casi di ripensamento sulla fede del seme donato «le hanno avute i cattolici». «Tempo fa – spiega a Tempi – una coppia di cattolici insisteva per avere lo sperma di un donatore della loro stessa religione. Poiché non era disponibile, alla fine si sono convinti a prendere quello proposto dall’ospedale. A parte questo, ed altri pochi episodi, però, la volontà di scegliere il seme del donatore in base alla fede è sempre più diffusa».
A Lilavati il viavai di coppie in cerca di un figlio grazie al seme ed all’ovulo di altri, è in costante crescita. La scienza medica, da Bombay a Roma, oggi sembra detenere una sorta di monopolio indiscutibile sul futuro dell’uomo, fatto di congelamento degli embrioni, di fecondazione assistita, di clonazione. Quasi una nuova liturgia fatta di sale d’attesa, di test di fertilità e di esperimenti di clonazione (dicono, i sostenitori, a scopo terapeutico). Da qui a scegliere la religione del figlio a cominciare dallo sperma (o dall’ovulo), i suoi occhi ed i suoi hobbies, il passo è breve. Cento metri, poco più: giusto il tempo di percorrere il corridoio di un ospedale ed aprire una porta a vetri, trasparente ma non troppo. Sopra la scritta: Assisted Reproduction. Procreazione artificiale. Fuori, il solito maledetto chiasso di Bombay.

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