Welfare: omicidio suicidio

Di Rodolfo Casadei
17 Marzo 2005
IL WELFARE STATE DEL MODELLO SOCIALE EUROPEO HA DISTRUTTO LA FUNZIONE SOCIALE DELLA FAMIGLIA SOSTITUENDOSI AD ESSA, MA COSÌ FACENDO HA UCCISO ANCHE SE STESSO: PIERPAOLO DONATI, IL MAGGIORE SOCIOLOGO ITALIANO DELLA FAMIGLIA, SPIEGA COME

«Non è una novità. Da anni in Inghilterra vengono denunciati gli effetti perversi del Welfare state (WS) sulla famiglia. Qui in Italia il primo a scrivere che un certo tipo di Stato sociale erodeva i legami familiari sono stato io negli anni Settanta. Ma attenzione: la soluzione non è comprimere la spesa sociale; bisogna piuttosto spendere in modo diverso, in modo da stimolare le solidarietà familiari anziché indebolirle». È del tutto prevedibile la reazione di Pierpaolo Donati a chi gli chiede un’opinione sul libro di James Bartholomew The welfare state we’re in. Questo docente universitario bolognese di 59 anni è il papà della sociologia della famiglia in Italia. Suo è il Primo rapporto italiano sulla famiglia (1989), preceduto e seguito da una lunga serie di pubblicazioni. Oltre che membro della Pontificia Accademia delle scienze, oggi è coordinatore scientifico dell’Osservatorio nazionale della famiglia collegato al ministero del Welfare, e in tale funzione ha diretto i lavori del Rapporto 2004 sulla famiglia presentato alla stampa due settimane fa. Un testo di respiro scientifico, che non è così assertivo come quello del giornalista inglese. Ma dove in filigrana emerge la polemica in cui Donati e altri sociologi italiani a lui vicini (Giovanna Rossi, Ivo Colozzi, ecc.) sono impegnati da oltre due decenni. «Un certo tipo di WS – dice Donati – ha avuto come ideologia sottostante non l’idea di aiutare la famiglia sostenendone le funzioni, ma quella di liberare l’individuo dalla famiglia. Da qui sono nati tutti i mali. Questa impostazione condanna a morte sia la famiglia che lo stesso WS». Donati ci spiega le sue tesi in un’ampia intervista.
Professore, qual è il peccato originale del Welfare state?
È intrinseco al cosiddetto modello sociale europeo l’idea che il WS debba aiutare gli individui sostituendosi alle funzioni della famiglia. Ma questo alla lunga influisce negativamente sulla capacità della famiglia di far fronte alle sue funzioni sociali, e genera un circolo vizioso. Il circolo vizioso consiste nel fatto che quanto più il WS sostituisce la famiglia, tanto più emergono dei bisogni sociali – soprattutto di cura dei bambini, sostegno delle persone handicappate, degli anziani non autosufficienti, ecc. – di cui esso è chiamato a farsi carico. Quanto più il WS sostituisce la famiglia in queste sue funzioni, tanto più questo tipo di bisogni si diffondono ed esplodono come un’aspettativa nei confronti dello Stato. Nell’andare incontro alla famiglia il WS ha agito in modo da renderla sempre più fragile, e quindi in modo da rendere sempre più necessario un maggiore intervento del WS, e quindi maggiori spese sociali.
Allora hanno ragione i liberisti, che propugnano uno Stato sociale minimo, dove la spesa è ridotta e concentrata esclusivamente sui più poveri?
Secondo me non hanno ragione. Io credo che ci sia bisogno di una rete di protezione sociale che riguardi anche la maggioranza delle famiglie. I liberisti dicono: «Dobbiamo minimizzare le spese sociali e dare solo ai più bisognosi. Tutto il resto della sicurezza sociale – sanità, servizi sociali, pensioni – se lo devono comperare le famiglie nel welfare market: scuola per i figli, ospedale, medicina di base, previdenza, polizze assicurative, ecc.». Io invece ritengo che una rete di protezione sociale anche per le famiglie che sono sopra il livello della povertà sia necessaria, perché le casualità della vita possono condurre alla povertà. Pensiamo a rischi come una malattia acuta, una malattia cronica, un handicap, la perdita del lavoro: questi rischi toccano la gran parte delle famiglie delle classi medie. Quando si verificano, la classe media non può più comprare i servizi nel mercato: scivola nella povertà. Ecco allora che ci vuole una safety net.
Allora hanno ragione i socialisti, che propugnano lo Stato sociale “dalla culla alla tomba”?
Non hanno ragione nemmeno loro, la collettivizzazione totale dei servizi è sbagliata per almeno due buoni motivi. Il primo è che un sistema che prevede tutto assicura un benessere minimo per tutti, ma al prezzo di irregimentare la società. Azzera la responsabilità e la libertà di scelta da parte delle famiglie, delle persone, degli utenti, perché tutto è già deciso collettivamente. Tu vivi abbastanza bene, ma in un mondo che è già tutto prefabbricato per te, dalla culla alla bara. E dove la famiglia è superflua, perché il punto di riferimento è l’individuo e non la famiglia. Nel sistema capitalista la famiglia è al centro come unità economica: di consumo, di produzione, di accumulazione. Nel modello “lab” l’ideale è che la famiglia sia solo affettività, solo relazioni di affetto perché a tutto il resto pensa la collettività, dal Comune fino allo Stato. E questo è il secondo errore: abbiamo visto a quali patologie sociali porta questa privatizzazione della famiglia.
Qual è allora la soluzione? Un’equilibrata miscela “lib-lab”?
Assolutamente no. Quello a cui ci troviamo davanti oggi è proprio questa miscela, è il welfare mix che rappresenta un compromesso fra i due modelli. Ma il punto cruciale non è se lo Stato spende poco o tanto, se interviene tanto o poco: il punto è “come” interviene. Non mi importa se lo Stato interviene mille volte o 500; il problema è che quando interviene sempre interviene in modo da erodere la famiglia, e questa è la conclusione a cui tutte le ricerche degli ultimi anni sono arrivate.
Come dovrebbe essere un intervento virtuoso?
Dovrebbe essere modellato sul principio di sussidiarietà. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che quando interviene lo Stato non deve sostituirsi alle famiglie, ma deve aiutarle ad adempiere ai loro compiti. Il WS non deve dire: «Ecco qui la scuola per i tuoi figli». Ma deve dire: «Io ti metto in grado di scegliere per i tuoi figli la scuola che credi», che è un’altra cosa. Coi servizi sanitari non deve dire: «Ecco qui i servizi, vieni, sono quelli per te». Deve dire alla famiglia: «Io ti metto in grado di scegliere i servizi sanitari che preferisci, che senti più adatti alle tue esigenze». E così per le pensioni e per tutto ciò che concerne la protezione sociale. Non si tratta di stare sul pendolo “lib-lab”, propendere un momento più per il lato “lib”, un momento più per il lato “lab”. Il problema non è quanto “lib” e quanto “lab”, è cambiare lo stile dell’intervento del WS, e lo stile non deve essere quello di sostituirsi alle famiglie, ma di mettere in grado le famiglie di fare quello che loro devono fare. Quindi si tratta di aumentare la capacità delle famiglie, l’empowerment delle famiglie, creare le condizioni per cui le famiglie siano più solidali.
È possibile fare qualche esempio italiano di tendenze patologiche innescate da un welfare mix inappropriato?
Noi vediamo che nei sistemi in cui la scuola tende a sostituire la famiglia, e non ad essere sussidiaria alla famiglia, in quei sistemi c’è più disagio giovanile, più tossicodipendenza giovanile, più patologie psicologiche di ogni tipo. Un WS che dice alle famiglie: «Ci penso io ad educare i tuoi figli, l’importante è che li mandi a scuola il prima possibile e ce li tieni il più a lungo possibile», si sostituisce all’educazione familiare e deresponsabilizza i genitori. Anche in Italia ci sono ricerche empiriche condotte da psicologi che dimostrano come nelle scuole elementari e medie in cui meno vengono coinvolti i genitori, perché prevale lo stile autoreferenziale del WS che dice «tu genitore non ti preoccupare, te lo educo io il figlio, te lo socializzo io, le scuole pubbliche sono la cosa più bella di questo mondo», gli studenti manifestano dei disagi psichici molto maggiori che nelle scuole dove invece c’è più coinvolgimento dei genitori perché questi hanno scelto la scuola e partecipano alle attività. Disagi psichici che cominciano dai bambini delle elementari, e vanno dalla balbuzie all’incapacità relazionale. Ci sono dei Comuni dell’Emilia-Romagna ad altissimo reddito, dove si dice che ci sono degli ottimi servizi, con scuole improntate al principio della netta separazione fra scuola e famiglia. Ebbene, ci sono ricerche da parte di équipe psico-medico-pedagogiche che denunciano livelli altissimi -35-40% di bambini e ragazzi di elementari e medie – con problemi di tipo psicologico. Noi abbiamo fatto delle ricerche sulle giovani generazioni, ed è chiarissimo che i genitori che demandano di più al sistema pubblico l’educazione dei figli, l’utilizzo del tempo libero, il senso civico, il modo di stare per strada e di usare i servizi pubblici, sono anche i genitori che hanno i figli coi maggiori problemi di devianza, di disadattamento, di disagio, ecc.
Il fatto che in Italia ci sia una natalità molto bassa ha a che fare con la particolare versione italiana del WS o sono altre le cause?
Non credo. La principale causa della bassa natalità io credo che sia psicologica: è la paura del futuro, di quello che il mondo riserverà ai figli. Poi ci sono i problemi materiali: la casa, il lavoro, ecc. Poi c’è quel clima culturale che dagli anni Settanta in poi ha fatto credere che avere figli fosse qualcosa che andava contro l’emancipazione della donna, o che minacciava gli equilibri del pianeta causando sovrappopolazione.
In quale modello rientra secondo lei il welfare italiano? “Lib”, “lab” o mix?
Alcuni sostengono che è il welfare più familistico che esiste. In realtà è vero il contrario: il nostro welfare ha scaricato tutti i problemi sulla famiglia, ha sfruttato e continua a sfruttare la famiglia. Io dico da sempre che non è lo Stato sussidiario alla famiglia che abbiamo in Italia, ma l’esatto contrario: è la famiglia che sta sussidiando lo Stato, che si sta sobbarcando i costi e i deficit dello Stato. Se fai bene i giri dei conti, scopri che chi paga i deficit dell’Inps, della Pubblica Amministrazione, della spesa pubblica per il mantenimento dei ministeri, ecc. sono le famiglie. Lei conoscerà la storia degli assegni familiari: per decenni lo Stato ha incassato dalle famiglie, dai lavoratori e dalle imprese un tot di soldi che dovevano essere restituiti in assegni familiari; in realtà ne restituiva sì e no un terzo, due terzi se li teneva per tamponare i passivi dell’Inps e delle altre casse, per pagare le pensioni di anzianità e di invalidità.
Cosa si può fare in positivo? Come andrebbe ricalibrato il sistema?
La prima cosa da fare in Italia è un sistema fiscale equo nei confronti della famiglia. Cioè un sistema fiscale che tenga conto prima di tutto del numero delle persone che formano la famiglia, ma anche di chi sono queste persone: io posso avere 5 persone, ma un conto è due adulti e tre figli, un conto due adulti, due figli e un anziano di 85 anni anni non autosufficiente, un conto due genitori, un figlio handicappato e un anziano. L’unico sistema che fa questo è il sistema del quoziente familiare, che premia il fatto di essere in famiglia e di essere solidali. Invece l’attuale sistema fiscale premia lo splitting: se abbiamo una famiglia con due figli, se stanno assieme pagano di più che se qualcuno figura fuori. Questa è la regola più perversa che c’è nel sistema di tassazione in Italia: più fai famiglia, più sei penalizzato. Dunque va ricalibrato il sistema fiscale, che deve riconoscere la soggettività tributaria della famiglia. Oggi la famiglia non è soggetto tributario, soggetto tributario è solo l’individuo. Se la famiglia trattata in modo equo diventa il soggetto tributario, facciamo un sistema che valorizza la solidarietà familiare anziché punirla.
Una riforma del genere non sembra alle porte.
Allora il WS crollerà. Quello che io ho denunciato da molti anni, e che gran parte del mondo politico non vuol capire, è che la crisi del WS ha una base demografica e familiare. La crisi del WS c’è e crescerà perché il WS ha distrutto la famiglia. Bassa natalità e distruzione della famiglia portano al crollo del WS. Il WS crolla non perché non ha più supporto ideologico, perché non c’è abbastanza riformismo o spinta di sinistra: queste sono stupidaggini. Ma perché non c’è più dietro la solidarietà familiare. Il WS è stato forte finché poteva basarsi sulla solidarietà familiare forte. Quando questa solidarietà è sparita perché il WS l’ha sostituita, il WS è entrato in crisi. Ed è destinato a crollare se continua a essere inteso nella maniera in cui è stato inteso dal secondo dopoguerra ad oggi.

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