My God, che stato siamo
«La Gran Bretagna sarebbe stata meglio senza il Welfare state». È questo il messaggio provocatorio di un libro provocatorio dall’inizio alla fine, ma anche ricco di statistiche e aneddoti difficili da scartare con un’alzata di spalle. Secondo James Bartholomew, giornalista economico collaboratore di testate come Daily Telegraph, Daily Mail e Spectator, la storia del welfare britannico non comincia col rapporto Beveridge nel 1942, ma con l’esproprio dei beni dei monasteri nel 1536-47 da parte di Enrico VIII. A quel tempo sarebbe iniziato il vizio di pensare che il potere pubblico poteva agire a favore dei bisognosi meglio dei privati. Con effetti disastrosi i cui sintomi secondo Bartholomew sono l’aumento esponenziale dei tassi di divorzio e dei cartellini rossi nelle partite di calcio nel corso del XX secolo, e la cui sostanza sta in una lista di 10 doglianze. Il Welfare state «1. Ha reso la gente più povera di quanto sarebbe altrimenti stata. 2. Ha creato una disoccupazione di massa persistente. 3. Ha reso depresse e alienate milioni di persone attraverso la disoccupazione e la dipendenza dal welfare. 4. Ha causato la miseria di milioni di bambini e i loro pessimi risultati incoraggiando le famiglie monoparentali. 5. Ha prodotto l’aumento dei tassi di criminalità causando alienazione attraverso la famiglie sfasciate, l’edilizia popolare, la disoccupazione e la dipendenza dal welfare. 6. Ha causato almento 15 mila morti all’anno attraverso il Servizio sanitario nazionale, più una grande quantità di sofferenza attraverso cure non necessarie e trattamenti di bassa qualità. 7. Ha condannato all’analfabetismo milioni di persone. 8. Ha creato ghetti di vandalismo, crimine e povertà nei quartieri di edilizia popolare. 9. Gli anziani sono stati trascurati. 10. I britannici hanno perso la decenza e il senso civico». Queste asserzioni vengono giustificate attraverso statistiche e aneddoti per ogni singolo tema. Il capitolo di gran lunga più interessante, che da solo merita la spesa del libro, è quello dedicato allo sfascio della famiglia tradizionale e alle sue conseguenze. Qui Bartholomew riesce piuttosto bene a dimostrare che i figli di ragazze madri o di conviventi o coabitanti con un patrigno se la passano molto peggio dei figli di famiglie regolari, e che lo sfascio della famiglia britannica coincide con la progressiva entrata in vigore di un sistema fiscale che punisce le famiglie “normali” e “premia” con benefit le madri non sposate.
Bartholomew pecca di ingenuità quando lascia credere che si potrebbe tornare, come in una macchina del tempo, alla società della filantropia e delle mutualità volontarie: gli manca la profondità analitica di un Donati sull'”erosione del capitale familiare” che non può facilmente essere restaurato. Snocciola però le sue scomode verità, come quando fa notare che la crescita di un Welfare state deresponsabilizzante coincide con l’ampliamento del diritto di voto a quote crescenti di popolazione, e che ogni coalizione di partiti tende a rivolgersi all’elettorato promettendo un aumento della spesa pubblica che ricadrà su soggetti non definiti.
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