Caffè amaro
La notizia di per sé non è di quelle che cambiano il corso della storia: la Oxfam, principale Ong britannica per lo sviluppo e la cooperazione internazionale, ha deciso che il prossimo mese di settembre non rinnoverà il proprio accordo di partnership con il colosso mondiale delle caffetterie, la statunitense Starbucks. Il problema è che la decisione dell’associazione britannica non è dettata da scelte strategiche differenti o da convenienza economica, bensì dalle pressioni ideologiche delle comunità islamiche inglesi capitanate da Muslim Association of Britain (Mab). La ragione? Il supposto sionismo del presidente della Starbucks, Howard Schultz. Una follia, ovviamente, che nasconde però due inquietanti segnali: primo, il livello di potere di interdizione e ricatto che la lobby musulmana è ormai in grado di esercitare all’interno della società britannica. Secondo, la compiacente simpatia no-global della sinistra Old Labour verso questo tipo di attività di boicottaggio.
L’accordo della Ong con Starbucks consisteva nella creazione di un team misto di esperti e in un investimento da 100 mila sterline l’anno della catena Usa nel piano di sviluppo di Oxfam delle piantagioni di caffè in Etiopia e delle aree rurali che le circondano. Siglato lo scorso mese di ottobre su base di rinnovo annuale, l’accordo prevedeva che Starbucks investisse capitali per i sistemi di irrigazione, l’acquisto di attrezzi da lavoro e sementi, oltre a corsi di aggiornamento per gli uomini, un programma di istruzione per donne e bambini e la garanzia di accesso al sistema sanitario. Una manna per i contadini etiopi: tanto più che all’atto della firma la Oxfam difese a spada tratta l’accordo, ponendo in evidenzia il radicale cambio di approccio di Starbucks nei confronti della globalizzazione e del fair trade. La stessa Starbucks emise un comunicato nel quale auspicava che l’accordo «possa essere solo il primo di una rinnovata fiducia e collaborazione tra le Ong e le multinazionali, un modo per dimostrare al mondo del volontariato il valore di lavorare con quello del business». Tutto bene fino a giovedì 3 marzo, quando Oxfam rendeva nota la sua decisione di concludere il primo anno di partnership e di non rinnovarlo. Perché? La motivazione ufficiale, contenuta nel comunicato emesso dall’organizzazione con sede ad Oxford a firma del direttore Barbara Stocking, parlava di «un cambiamento di strategia all’interno della campagna Make trade fair» e della scelta di Oxfam di «focalizzare le proprie azioni sul tema dell’accesso al mercato dei paesi in via di sviluppo», differenziando gli interventi: basta piantagioni di caffè, si passa all’utopia pura.
Off the record, però, la stessa organizzazione è stata costretta ad ammettere «pressioni crescenti da parte delle organizzazioni musulmane britanniche riguardo questo accordo commerciale, pressioni tali da farci prendere questa decisione». Interpellato sulla questione, il direttore del progetto “Make trade fair” di Oxfam, Phil Bloomer, ammette che «precedentemente alla firma con la Starbucks abbiamo dovuto attivare tutta una serie di controlli per placare le accuse delle organizzazioni musulmane e pacifiste riguardo una presunta relazione tra Starbucks e l’aeronautica israeliana. Ma non trovammo alcun riscontro che ci potesse indurre a porre fine alla collaborazione». Di più, lo stesso Bloomer non nega che «nell’ultimo periodo erano giunti segnali molto positivi dal mercato internazionale del caffè, primo fra tutti il codice firmato da tutte le più grandi industrie per migliorare le condizioni di lavoro e gli standard di rispetto ambientale nei luoghi di produzione».
Da parte sua il portavoce di Starbucks Uk pur dicendosi rammaricato per l’accaduto ha rilanciato dichiarando che «il non rinnovo del contratto non significa automaticamente la fine della relazione», tanto che il managing director della multinazionale, Cliff Burrows, ha preannunciato che «Starbucks continuerà la sua politica di dialogo con le realtà del terzo settore per progetti che garantiscano il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei coffee farmers in tutto il mondo».
boicotta israele
Demagogia? No, un dato di fatto visto che l’accordo tra Oxfam e Starbucks, entrato nel suo quinto mese di applicazione sul campo, ha già apportato significativi miglioramenti agli standard di vita dei lavoratori etiopi della provincia dell’Hararge dell’Est, garantendo non solo diritti, educazione e accesso al sistema sanitario ma anche i prodromi di un’economia sostenibile e stabile per il paese. Una decisione folle. Soprattutto per chi, come Oxfam, a parole dice di voler perseguire l’obiettivo di un commercio più equo e solidale, del miglioramento delle condizioni di vita e lavoro nei Paesi in via di sviluppo e di cooperazione internazionale. Perché, quindi? La spiegazione sta in tre parole, “Boycott Israel campaign”, la campagna di pressione lanciata dal Mab «contro l’accordo tra Oxfam e Starbucks». Motivo di tanto odio il fatto che «il presidente di Starbucks, Howard Schultz è un attivista sionista che organizza seminari a nome del governo israeliano nei campus universitari di Stati Uniti e Israele. Per queste sue attività è stato tra gli ospiti d’onore del tribute award tenuto in occasione del 50° anniversario della fondazione dello Stato di Israele, nonché sponsor dell’evento “bowl4israel”». Colpe troppo gravi per il Mab, tanto più che «nel 2002 la Oxfam aveva rifiutato una donazione di 5 mila sterline da parte del professor Honderich per il solo fatto che quest’ultimo giustifica la resistenza violenta dei palestinesi contro gli occupanti sionisti». Perché, visto che la Oxfam fino ad oggi era stata intransigente verso chiunque giustificasse la violenza, cedere ai ricatti, quindi? Semplice. La connection tra estrema sinistra alternativa, mondo no global pacifista e islamismo radicale in Gran Bretagna sta divenendo giorno dopo giorno sempre più organica: tra i più solidali con il Mab nella sua campagna di boicottaggio è stata la Organic Consumer Association, una sorta di Slow Food di estrema sinistra.
Il colpo di fulmine tra le due entità si è prodotto durante le manifestazioni contro l’intervento anglo-americano in Irak organizzate congiuntamente dalla “Stop the War Coalition”, la cui leadership è stata egemonizzata dagli esponenti del Socialist Workers’ Party e della Socialist Alliance (trotzkisti ed estrema sinistra sindacale) di cui esso è parte, e proprio dalla Muslim Association of Britain (Mab), la più radicale delle organizzazioni islamiche britanniche. All’alleanza hanno lavorato in particolare George Galloway, il deputato espulso dal partito laburista dopo la scoperta di una sua lettera che chiedeva aiuti finanziari a Saddam Hussein per pagare i costi delle campagne pacifiste, Salma Yaqoob, la più attiva dirigente musulmana della “Stop the War Coalition”, il sindaco di Londra Ken Livingston, esponente dell’ala marxista del partito laburista (che la scorsa settimana ha definito Ariel Sharon «criminale di guerra e ispiratore di Al Qaeda») e Azzam Tamimi, portavoce del Mab.
Di più, in vista delle elezioni locali ed europee dello scorso anno, il Mab annunciò il voto dei suoi numerosi affiliati per la rielezione di Ken Livingston, il quale ricambiò la cortesia partecipando alla cena di gala per la fine del Ramadan organizzata dallo stesso Mab. Mentre per le politiche del prossimo maggio i voti controllati dalla potente associazione musulmana si dirigeranno verso la coalizione Respect, fondata e guidata da George Galloway che gode dell’appoggio del mondo new global, pacifista, oltranzista di sinistra: esattamente l’utenza di Oxfam, il bacino di arruolamento, militanza e finanziamento. La serpe ormai è in seno alla liberale e civile Gran Bretagna, il caso Starbucks ne è la dimostrazione.
P. S. All’Università Roma 3 è stata bandita per alcuni giorni la Coca Cola dai distributori automatici, al suo posto solo succhi “bio” e prodotti da commercio equo e solidale. Lo ha deciso il Senato Accademico su proposta del collettivo degli studenti di sinistra. Da qualche parte bisogna pur cominciare.
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