“Se l’Irak fallisce,tragedia per tutti’
Per sorbirsi le solite tiritere di politici in cerca di visibilità e di ex giornaliste siliconate sulla crisi irachena basta accendere il televisore in seconda serata su qualunque canale; per ascoltare la testimonianza di un autorevole iracheno nato e sempre vissuto in Irak bisogna spingersi in una serata sotto zero fino a Magnago (provincia di Milano, decanato di Castano Primo) ed entrare nella bella chiesa di S. Michele arcangelo, dove il parroco don Eugenio Rossotti ha avuto l’ottima idea di organizzare un incontro pubblico con mons. Louis Sako, vescovo caldeo di Kirkuk. Per un’ora e mezza ha esposto le sue ragioni di iracheno e di cristiano senza bavaglio e ha risposto alle domande dei 150 presenti, sempre più stupiti man mano che l’incontro procedeva. Sintetizziamo alcuni dei temi della serata per chi non era presente.
La guerra e come ci si è arrivati. «La guerra è una cosa che non si può accettare. Abbiamo pregato molto perché non avvenisse. Io credo che l’errore più grosso l’abbia fatto la Francia, che ha incrinato il fronte della comunità internazionale. Se Saddam Hussein avesse visto che tutti erano uniti contro di lui, avrebbe ceduto senza combattere. Invece ha creduto che i francesi e altri arabi avrebbero impedito agli americani di vincere, e così ha deciso di resistere. Non è vero che la guerra è stata fatta per il petrolio: su quello gli americani potevano accordarsi con Saddam. Probabilmente nemmeno per le armi di distruzione di massa, che non sappiamo ancora se non esistevano o se Saddam le ha nascoste all’estero. La guerra credo sia stata fatta per innescare una trasformazione dell’islam, che è l’unica garanzia perché finisca il terrorismo».
Le truppe straniere in Irak. «Non bisogna lasciare gli americani da soli, voi europei capite i problemi mediorientali meglio di loro: non andatevene. I soldati italiani sono di grande aiuto al processo di stabilizzazione e alla pace. Americani ed europei devono superare i dissensi del passato e lavorare insieme per il successo del modello iracheno di democrazia nel mondo arabo».
L’obiettivo dei terroristi e dei “resistenti”. «Non esiste resistenza, solo banditi e terroristi. Forse dietro di loro ci sono governi stranieri della regione che vogliono far fallire il modello iracheno perché per loro è pericoloso: se il modello riesce, tutti i paesi musulmani della regione saranno costretti ad adottarlo, non ci saranno più dittature totalitarie. Vedete che qualcosa sta già cambiando in Libano, in Egitto, in Arabia Saudita. Se il modello fallisce, i terroristi prenderanno il potere, diventeranno forti grazie alle ricchezze dell’Irak ed esporteranno il terrore qui in Europa».
L’Irak oggi. «Non c’è solo la guerra nell’Irak di oggi: c’è la libertà. La gente può esprimersi. Prima c’era un partito solo che alle elezioni riceveva il 105 per cento dei voti adesso ci sono 120 partiti. Prima erano vietati i cellulari, le antenne paraboliche, l’uso di Internet: oggi è tutto permesso. A chi mi dice: “Come farete con gli sciiti, sono così retrogradi”, io rispondo: “Regalategli una tivù satellitare, adesso si può fare: si apriranno al mondo”».
I cristiani iracheni. «I cristiani sono solo 700 mila su 25 milioni di persone, ma sono apprezzati da tutti per il loro livello culturale e la loro mentalità aperta. Dopo la caduta del regime sono stato chiamato a partecipare al consiglio comunale di Mosul. Quando sono stato nominato vescovo di Kirkuk, i maggiorenti musulmani sono venuti in processione a chiedermi di restare a Mosul: noi cristiani siamo considerati l’elemento equilibratore, quelli che possono esprimersi più liberamente e mediare fra le parti. Oggi ci sono cristiani a tutti i livelli delle istituzioni: nella commissione elettorale, nel gabinetto del primo ministro, ecc. Anche Saddam Hussein conferiva responsabilità ai cristiani, perché sapeva che oltre che competenti erano leali. Siamo una élite dal punto di vista culturale ed economico. Aiutateci a non dovercene andare dall’Irak».
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