Le conversazioni religiose a Sant’Elena
«Il cattolicesimo è la religione della società. Il clero cattolico presiedette alla fondazione del corpo sociale europeo. Ciò che vi è di meglio nella civiltà moderna, le arti, le scienze, la poesia, tutto quello di cui noi godiamo è opera sua. Tutti gli elementi d’ordine che assicurano la pace degli Stati sono ancora uno dei suoi benefici». Sant’Elena, gli anni dell’esilio senza ritorno: Napoleone Bonaparte, l’eroe della Francia laica e arrogante di inizio Ottocento, uscita dal secolo dei Lumi e dalla Rivoluzione, conversa di religione e di Dio con uno dei pochi sudditi rimastigli fedeli, il generale Bertrand. Come in un archivio dell’anima le parole di quello che fu il padrone dell’Europa, raccolte, anni dopo, dal Cavaliere di Beauterne che le darà alle stampe nel 1840 a Parigi (nda: in Italia le ha ripubblicate di recente la Editori Riuniti col titolo Conversazioni religiose) tracciano un’analisi del rapporto tra Europa, civiltà e cattolicesimo di sorprendente attualità. Con interi capitoli incentrati sulla realtà politica dell’islam e sulla crisi del Vecchio Continente.
L’anima decadente dell’Europa. «L’anarchia intellettuale – spiega Bonaparte – che noi subiamo è una conseguenza dell’anarchia morale, dell’estinzione della fede, della negazione dei princìpi che l’hanno preceduta. L’Europa è colpita dal male dell’ideologia, un male incurabile! Ne morirà. Le idee più belle del mondo non hanno valore se non quando vengono realizzate. Se le idee non si personificano, politicamente parlando, rimangono sogni. È vero che il cattolicesimo è un oceano di misteri ma la religione cattolica possiede dei vantaggi che me la faranno sempre preferire a tutte le altre. Essa è una e non è mai cambiata, non può cambiare. Non è la religione di questo o di quell’uomo ma la verità dei concili e dei papi che risale senza interruzione fino a Gesù Cristo».
Sulla divinità di Gesù Cristo. Alle perplessità del compagno d’esilio Napoleone amava replicare: «Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è un uomo. Gli spiriti superficiali scorgono una somiglianza tra il Cristo e i fondatori di imperi, i conquistatori e le divinità di altre religioni. Questa somiglianza non esiste. In Licurgo, in Numa, in Maometto non vedo che dei legislatori i quali, poiché occupavano il primo posto nello Stato, hanno cercato la migliore soluzione al problema sociale. Non ci trovo però nulla che nasconda la divinità ed essi stessi, del resto, non hanno mai alzato le loro pretese così in alto. Niente in loro lascia immaginare degli esseri divini. Al contrario vedo numerosi rapporti tra me e loro. La differenza sta soltanto nell’uso che ne abbiamo fatto, io e loro, a seconda dei differenti scopi che ci siamo proposti, secondo il luogo e le circostanze».
L’islam visto da Napoleone. «Il Corano – spiega all’amico Bertrand – non è davvero altro che un sistema ardito di dominio e di invasione politica. Ovunque in Maometto si scopre l’uomo ambizioso, il vile adulatore di tutte le passioni più care al cuore degli uomini. Come carezza la carne, che spazio riserva alla sensualità. Vuole portare l’Arabo verso la verità di Dio, oppure verso la seduzione di tutte le gioie permesse in questa vita e promesse come speranza e ricompensa nell’altra? Bisognava conquistare un popolo, l’appello alle passioni era, dunque, necessario. Questo falso profeta, inoltre, si rivolge a una sola nazione e ha sentito il bisogno di giocare due ruoli, il ruolo politico e quello religioso. Egli ha effettivamente conquistato e posseduto tutta la potenza del primo. Quanto al secondo, se ne ha avuto il prestigio non ne ha avuto la sostanza. Una o due volte vuole misurarsi con un miracolo e fallisce miseramente. Maometto spinse i suoi discepoli alla conquista del mondo con la sciabola».
La fede di un laico. Al generale Bertrand, arroccato nel suo cupo scetticismo di non credente, Napoleone ripeteva: «Voi non capite che Gesù Cristo è Dio. Ebbene ho sbagliato a farvi generale». La Francia e gli altari ormai erano lontani migliaia di chilometri, restavano la polvere e due grandi amarezze. «Ci sono – si lamentava – in quest’isola maledetta due privazioni alle quali non riesco ad abituarmi: il pane ammuffito e l’assenza delle campane».
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