Così in Irak si salvano tre italiani

Di Menorello Domenico
26 Gennaio 2006

È stato presentato al Circolo Giovani di Padova il libro di Letizia Leviti sul rapimento di Agliana, Stefio e Cupertino – “Forse domani t’ammazzo (cinquantotto giorni all’inferno)” -. Durante l’incontro i protagonisti della vicenda hanno raccontato particolari poco noti dei giorni di prigionia in Irak, quando l’amico Fabrizio Quattrocchi fece vedere «come muore un italiano».
Come l’episodio in cui, di fronte a un rapitore che pretendeva l’anello nuziale, Stefio ha detto: «Non posso dartelo, significa che io ho sposato davanti al mio Dio una donna che amo. Piuttosto sparami qui, davanti a tutti i tuoi amici. Forza, spara!». E quello in cui un carceriere disse loro: «Ho pianto quando ho visto il vostro primo video. Dovevano decapitarvi il 6 giugno e avrei dovuto filmare io, ma ho finto che la telecamera non funzionasse. Ora vi squarteranno il 9 giugno. La vostra morte verrà ripresa. Sarà un gesto incancellabile. Atroce. Se non ce la faccio ad aiutarvi, il 9 dovete scappare». Poi l’8 giugno arrivarono i marines e i tre seppero della fine di Quattrocchi. Fu come un nuovo rapimento. Qualcuno dei terroristi – ha ricordato Cupertino – lo aveva detto con crudele freddezza: «Noi amiamo la morte, quanto voi amate la vita».

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