PIù che Hamas Israele deve temere le donne di Gaza

Di Galeffi Elisabetta
26 Gennaio 2006

Arafat era solito schernire gli israeliani con un «Vinceremo la guerra con le culle». Come dire, comunque vada, alla fine la percentuale di popolazione araba tra Gerusalemme e il Giordano sarà talmente superiore a quella israeliana da impedire la sopravvivenza dello Stato di Israele. Soprattutto se per Stato si intende la patria del popolo ebraico, «uno Stato democratico, autonomo, indipendente, con personalità culturale ebraica» dice a Tempi il professor Sergio Della Pergola, demografo e docente all’Università di Gerusalemme. «Ormai in questa terra siamo quasi fifty fifty, cinque milioni e 300 mila israeliani e quattro milioni 750 mila arabi. Lo sgombero di Gaza era una necessità, con lo spostamento di ottomila coloni israeliani abbiamo risolto il problema di un milione e trecentomila arabi. Ed è chiaro che non è finita qui. Perché anche se le mamme israeliane si danno da fare con 2,6 figli per donna, quelle arabe non temono confronti: 4,7 figli per le musulmane in Israele, 5,4 per le musulmane in Cisgiordania fino ad un impressionante tasso di fertilità medio di 7,4 figli per le donne musulmane di Gaza». Della Pergola è stato uno dei consiglieri di Sharon, ed ecco la sua ricetta per la pace: «Meno insediamenti e più concentrazione di israeliani sul territorio». Via i coloni ebraici da alcune aree della Cisgiordania. E via, forse, anche dal luogo più denso di significati per entrambe le parti: Gerusalemme est, annessa da Israele nel 1967. E Olmert, oggi premier vicario, seguirà la strada aperta da Sharon? Della Pergola ne è sicuro. «Ha sempre supportato il progetto di ritiro da Gaza e anche la sua recente decisione di lasciar votare i palestinesi di Gerusalemme est è un segno di continuità con le decisioni prese all’epoca di Sharon».
Bibi Netanyahu, leader del Likud da cui Sharon si è staccato per creare Kadima, la nuova formazione politica che ha molte chance di vincere le elezioni del 28 marzo prossimo, deve aver compreso che quella del ritiro dagli insediamenti è la via condivisa dalla maggioranza degli israeliani.

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