Va’ dove ti porta il culto (di un film che vincerà l’Oscar)

Di Simone Fortunato
26 Gennaio 2006
IL PROBLEMA NON È CHE è UN FILM GAY. IL PROBLEMA È CHE è UN MANIFESTO DELL'ASTRAZIONE. QUALCHE BUONA RAGIONE PER NON FARSI INFINOCCHIARE DA UNA COPPIA DI SDOLCINATI BOVARI

Le nomination agli Oscar saranno annunciate il prossimo 31 gennaio. Ma dopo aver vinto il Leone di Venezia e ora il Golden Globe di Los Angeles, è scontato che i cowboy gay di ‘Brokeback Mountain’ ipotecano almeno una delle statuette degli Academy Award del cinema che verranno assegnati il 5 marzo. Rinfreschiamoci la memoria. Venezia 2002. Mostra del Cinema. Leone d’oro, applausi scroscianti e critica unanime per ‘Magdalene’ di Peter Mullan. Film con protagonisti suore naziste e preti pedofili. Venezia 2004. Mostra del Cinema. Leone d’oro, applausi scroscianti e critica unanime per ‘Il segreto di Vera Drake’ di Mike Leigh. Il film sulla paladina inglese dell’aborto. Nello stesso anno, Gran Premio della Giuria e Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per ‘Mare dentro’ di Alejandro Aménabar. Il film pro eutanasia. Venezia 2005. Mostra del Cinema. Leone d’oro, applausi scroscianti e critica unanime per ‘I segreti di Brockeback Mountain’ di Ang Lee. Il film sull’amore omosessuale di due cowboy nell’America degli anni 60. Quattro medaglie al valor civile per le guerre giuste della modernità: aborto, eutanasia, omosessualità e attacco alla Chiesa che non sottoscrive il business di lorsignori. Una buona media.
Ang Lee ha girato i delicati ‘Banchetto di nozze’ e ‘La tigre e il dragone’. Un bravo regista. Fino a ‘I segreti di Brockeback Mountain’. Nella sdolcinata storiella di questa coppia cowboy, capofamiglia tristi di famiglie che più tristi non si può, si gioca a porta unica, a squadra unica, ad arbitro unico. Per cui lo spettatore non può che fare il tifo per loro. I bovari che sognano ‘un altro mondo possibile’. Il problema non è l’omosessualità. Il problema è che il film è in realtà uno spot in cui l’alternativa all’idillio omosex sarebbe il vuoto. L’alternativa è una moglie brutta, mentecatta e dimessa. L’alternativa è un suocero rompiballe e tre bambini che passano tutto il tempo a strillare. Come non stare dalla parte dei due tenerissimi cowboy? E così la pellicola finisce nel mito bucolico gay. Dove i novelli Titiro e Melibeo, oltre a parlare di terra perduta, desideri impossibili e sogni nel cassetto, si spogliano, si guardano mentre si fanno il bidet al fiume, e tra una pecora e l’altra si tolgono qualche sfizio. Ma il punto più sgangherato della favola omo-pastorale non è l’insulsaggine dei dialoghi che, se fossero stati messi in bocca a un uomo e a una donna, sarebbero stati stroncati dalla critica militante. No, l’acme della miseria della sua filosofia il film lo raggiunge proprio sul tema che vorrebbe trattare, e cioè il tema della libertà. Che nel film è ridotta a puro e semplice contenitore di ormoni e istinti. Da appagare subito. Nel capanno degli attrezzi, tra le pecore. Libertà che riduce l’essere umano a macchietta, a mera immagine senza realtà. Da una parte, i gay illuminati, senza peccato sin dal concepimento e martiri di una Fede per l’Uomo e per il Progresso a cui prima o poi saremo tutti, volenti o nolenti convertiti. Dall’altra, la società della famiglia naturale, normale, e perciò caricaturata come bigotta, intollerante, grigia e senza sogni. Insomma, un bel film di regime. Che meriterebbe sì l’Oscar, ma del sentimentalismo. Che, come diceva Flannery O’Connor, è sempre pornografico.

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