Comunalisti d’America

Di Respinti Marco
26 Gennaio 2006

Chi, almeno una volta nella vita, non ha detto o sentito dire che gli Stati Uniti sono da sempre, per storia, cultura e Dna, il bastione tetragono dell’individualismo più becero, egoista e cocciuto? Eppure è anche questo un altro di quei falsi miti duri a morire, ma da far fuori al più presto. Un colpo ferale glielo ha assestato nel 1994 un libro straordinario, The Myth of American Individualism: The Protestant Origins of American Political Thought (Princeton University Press) di Barry Alan Shain, ex figlio dei fiori fattosi conservatore e docente di Scienze politiche alla Colgate University di Hamilton, nello Stato di New York. Un libro d’oro. Vi si spiega che, nonostante la persistente vulgata, le fondamenta degli Stati Uniti sono ben altre: la struttura “comunalista” (per evitare il ritrito “comunitarista” e, ovvio, l’inimico “comunista”) tipica sì delle congregazioni del protestantesimo radicale, ma anche, sul piano sociale, del retaggio medioevale europeo. E dunque che: 1) sulla fondazione ha pesato più di ogni altra cosa l’elemento religioso cristiano, a cui quello sociale “comunalista” era legato in un rapporto causa-effetto strabiliante; 2) ammesso e non concesso che il ceto dirigente americano fosse più illuminista del popolo “comunalista”, è stato il primo a “cedere” al secondo e non viceversa.

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