L’antimoralista che disturba

Di Luigi Amicone
02 Febbraio 2006
Le reazioni alla grande enciclica ebraico-cristiana di Benedetto XVI

Grazie anche a certi commentatori che ne hanno dato un’interpretazione routinaria (da Claudia Mancina a Vittorio Messori il verdetto è stato unanime: niente di nuovo, è la “classica” etica cattolica), ad oggi la prima enciclica di Benedetto XVI è scivolata come acqua sulla pietra della convenienza moralistica. E così, a parte il simpatizzante “Un Dio erotico” del Foglio e l’antipatizzante “Il copyright del Vaticano sull’amore” del Manifesto, dall’enfasi antimarxista che ne ha fatto la pubblicistica di destra, al pensoso «è bellissimo!» di Romano Prodi, è stato facile proporne una lettura incentrata sulla politica. Dalle finezze del Corriere della Sera su Cesare, al clangore militare di Repubblica (“La chiesa sta fuori dalla politica”); dalla bizzarra versione anti-Ruini che ne ha dato il Riformista, a quella antilobbistica che ci ha visto La Stampa di Montezemolo, l’intellighentsia non si è certo distinta per capacità interlocutoria.
Per contro, tra le rare osservazioni pertinenti si segnalano quelle di Alberto Melloni (che ha osservato come «Benedetto XVI è riuscito a fare un discorso sull’amore, senza parlare di morale sessuale») e la semplice esclamazione della ebrea israeliana Angelica Calò Livnè («Tutta la parte sull’Amore è proprio un inno al legame tra ebraismo e cristianesimo!»). Siamo comunque avvertiti: come illustrano qui (a pag. 8) il radicale Enrico Rufi e il ciellino Francesco Valenti, non sarà facile nascondere sotto lo zerbino dell’etica e dell’omiletica, una magistrale lezione di sensibilità e ragionevolezza umana fatta da una Papa che, come ha notato Julián Carrón, «proprio nelle prime righe della sua enciclica ci ricorda che “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”».

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