Dove va (e dove finirà) Ahmadinejad
No, Mahmoud Ahmadinejad, presidente dell’Iran, non è matto. Chi crede che i maligni appelli alla distruzione di Israele, la provocatoria negazione della Shoah, la ricerca dello scontro con la comunità internazionale nella vicenda del nucleare iraniano siano solo i frutti di una mente malata, è fuori strada. Siamo davanti ad atti accuratamente calcolati, ordinati all’attuazione di un lucido progetto: restituire la forza propulsiva originaria alla rivoluzione khomeinista, arrestare il declino del regime ricreando le condizioni per un forte consenso interno.
Dopo 26 anni di khomeinismo, l’Iran si trova davanti ad un bilancio fallimentare: all’interno, le promesse di giustizia sociale e di democrazia islamica sono state disattese, il potere politico ed economico è nelle mani di un’oligarchia divisa in bande perennemente in lotta fra loro, oggetto del disprezzo del popolo impoverito e privo di libertà; a livello globale, i sunniti di Al Qaeda, di Hamas, del mullah Omar, del triangolo di Baghdad hanno strappato la fiaccola della rivoluzione islamica dalle mani degli sciiti di Tehran, che in più occasioni hanno fatto la figura di collaborazionisti di Washington (senza la benevola neutralità iraniana non avrebbero avuto successo né l’intervento in Afghanistan, né quello in Irak). Tranne l’ascesa di Hezbollah in Libano, il khomeinismo non ha successi mondiali da vantare.
UN CUNEO FRA EUROPA E AMERICA
La politica oltranzista del presidente dell’Iran mira a invertire questo declino. Come? Provocando un'”aggressione” occidentale che rilegittimerebbe il regime sia all’interno sia nel mondo musulmano. Ahmadinejad vede nell’imposizione di sanzioni internazionali contro il paese o nell’effettuazione di raid aerei contro gli impianti nucleari altrettante opportunità per consolidare la sua posizione sia in Iran che nel mondo islamico.
All’interno, Ahmadinejad coglierebbe l’occasione per appropriarsi del ruolo di difensore della nazione contro un’aggressione straniera, per strappare il controllo dell’economia dalle mani degli oligarchi, per smantellare i centri di potere a lui avversi all’interno delle forze di sicurezza (quelli rivali delle Guardie della Rivoluzione da cui lui proviene) col pretesto della mobilitazione generale. I suoi avversari vanno dai riformisti di Khatami, che lo rimproverano di provocare l’isolamento internazionale del paese, ai radicali raccolti attorno al giornale Jomhouri-e Islami, che lo accusano di non far seguire i fatti alle parole, dai conservatori pragmatici come l’ex presidente Rafsanjani, da lui sconfitto alle presidenziali di agosto, al populista Qalibaf, ex capo della polizia e ora sindaco della capitale. Costoro, in caso di successo alle presidenziali, non avrebbero attuato una politica diversa da quella seguita da Khatami a livello di relazioni internazionali: mettere un cuneo fra europei e americani attivando proficui rapporti coi primi e accusando di intransigenza i secondi. Politica baciata dal successo, quando si considera che per anni i governi europei hanno abboccato all’amo: si sono compiaciuti di essere considerati da Tehran equilibrati mediatori e hanno preso le distanze dalla “rigidità” Usa. Ahmadinejad la fa finita con questa politica machiavellica, che giudica controproducente: avrebbe favorito l’arricchimento delle bande rivali in seno al regime e appannato l’immagine rivoluzionaria dell’Iran nel mondo. Sfida l’Europa, affermando che se gli ebrei devono essere indennizzati per l’Olocausto, il prezzo lo devono pagare gli europei e non i musulmani.
Perde solo in un caso
A livello di mondo islamico, Ahmadinejad ha già prodotto un rialzo delle azioni dell’Iran, che aumenterebbe ancora in caso di sanzioni o attacco; caduti i regimi dei Talebani in Afghanistan e di Saddam Hussein in Irak, con la Siria alle corde per le note difficoltà, l’Iran torna ad essere l’unico stato islamico che sfida a volto aperto Usa, Israele ed i loro alleati. E quindi un punto di riferimento anche per i sunniti, attirati nell’orbita di un’alleanza che li vedrebbe di nuovo subalterni al primato rivoluzionario iraniano.
Ahmadinejad, insomma, vince sia se l’Occidente reagisce colpendolo, sia se esso si piega alle sue pretese nucleari. Nel primo caso può giocare al martire, nel secondo può vantarsi di aver dimostrato che Usa ed Europa sono una “tigre di carta”. In un solo caso il presidente iraniano uscirebbe sconfitto e probabilmente perderebbe il posto: se all’isolamento dell’Iran partecipassero anche paesi finora amici come Russia e Cina. L’ipotesi non è tanto remota. Pechino è legata a Tehran da forti interessi commerciali che dovrebbero indurla a bloccare col suo veto in Consiglio di Sicurezza qualunque risoluzione che imponesse sanzioni alla seconda: la Cina importa dall’Iran il 14 per cento del suo consumo petrolifero e ha firmato nel 2004 un accordo del valore di 70 miliardi di dollari per importare 250 milioni di tonnellate di gas liquido nell’arco di trent’anni. All’abituale riottosità dei cinesi ad approvare misure che mettono in discussione il principio di non ingerenza negli affari di altri paesi, in questo caso si aggiunge anche l’esigenza di non mettere a rischio la sicurezza energetica del paese.
Tuttavia, i cinesi potrebbero trovarsi costretti a scegliere fra due mali: la rottura con Tehran oppure quella con Washington. Se gli Usa decidessero di imporre sulle merci cinesi quei dazi del 27,5 per cento che erano stati minacciati l’anno scorso, come rappresaglia ad un eventuale veto cinese all’Onu, probabilmente Pechino si piegherebbe alla volontà americana. La Russia, visto respinto il suo piano per il controllo russo dell’uranio che userebbero gli iraniani, si accoderebbe. E per Ahmadinejad il vento girerebbe di brutto.
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