L’Europa secondo Hamas
«Hamas crede che la Palestina sia waqf, terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno stato arabo, né tutti gli stati arabi nel loro insieme hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di terra (…). Questa è la regola della sharia, e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani hanno conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani l’hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio». Così recita l’articolo 11 dello statuto di Hamas, e alla luce di questo testo non si vede proprio come un governo palestinese capeggiato da questo partito potrebbe non solo negoziare con lo Stato di Israele, ma intrattenere normali rapporti diplomatici con una decina di Stati dell’Unione europea. Infatti la storia ci dice che in passato sono stati amministrati da potenze islamiche i territori di Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Ungheria, Romania e Bulgaria (membri della Ue a partire dal 2007), più brandelli di Francia e Italia meridionale. D’accordo che l’Unione europea non brilla per coraggio e risolutezza, ma immaginare che fornisca aiuti finanziari a chi avanza pretese sui suoi territori…
cari bambini di siviglia
E allora? Allora gli strateghi di Hamas ritengono di avere in tasca la soluzione. La ricetta si chiama hudna, parola araba che significa tregua. Poco prima di essere ucciso dagli israeliani lo sceicco Yassin, allora leader di Hamas, offrì nel 2004 a Israele una hudna di 30 anni in cambio del suo ritiro entro i confini del 1967. Dieci anni prima Yasser Arafat si era giustificato di fronte alle critiche mossegli da molti per gli accordi di Oslo dichiarando che si trattava di una hudna, che non pregiudicava la lotta nazionale. La parola incarna profondi significati storici, giuridici e teologici. Essa è stata infatti utilizzata a partire dal Corano per definire le tregue sottoscritte da Maometto coi suoi nemici, la più nota delle quali è il trattato di Hudabiyya concluso nel 628 con la tribù ebraica dei Quraish, che governava la Mecca. L’armistizio doveva durare dieci anni, ma dopo solo due Maometto riprese le armi e attaccò la città conquistandola. Secondo la tradizione islamica a violare la tregua per primi furono gli ebrei, sebbene con un’infrazione minore. L’esegesi dell’episodio dominante nel mondo islamico fino ai giorni nostri è la seguente: i musulmani hanno il diritto di sospendere il jihad (la guerra santa obbligatoria) quando si trovano in condizioni di inferiorità e di concludere accordi di pace che resteranno in vigore fino a quando saranno in grado di riprendere vittoriosamente i combattimenti, sfruttando un qualsiasi pretesto. Su questa base Hamas si accinge probabilmente a dichiarare una tregua unilaterale con lo Stato di Israele con l’obiettivo di salvare capra e cavoli: non venir meno ai propri princìpi intransigenti e portare a casa i finanziamenti internazionali mostrandosi pragmatica.
Ovviamente tutto questo non ispira molta fiducia. Non si capisce perché gli israeliani dovrebbero accettare un accordo che già costò la testa ai loro antenati. Quanto agli europei, farebbero bene a dare un’occhiata al sito internet www.al-fateh.net sponsorizzato da Hamas e dedicato ai bambini. In esso la città di Siviglia si rivolge ai bimbi con queste parole: «Vi supplico, miei amati, di chiamarmi a tornare in mani musulmane insieme alle altre città del paradiso perduto, cosicché la felicità regni nelle mie terre. Rivestitemi, perché io sono la sposa della terra di Al Andalus». Occhio, gente.
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