Parigi, ma che storia è questa?

Di Arrigoni Gianluca
09 Febbraio 2006
IL PRESIDENTE E LA SINISTRA STRUMENTALIZZANO LA memoria PER SCOPI POLITICI. «è REGRESSIONE INTELLETTUALE», protesta lo storico marseille

Una persona con cui vale la pena discutere cosa c’è a monte della polemica aperta dagli storici francesi che temono per la propria libertà e di quella sul ruolo positivo della colonizzazione francese del Nordafrica è certamente Jacques Marseille. La sua tesi di laurea, pubblicata nel 1984 col titolo Empire colonial et capitalisme français, histoire d’un divorce, è ancora oggi il testo di riferimento per chi vuole dimostrare dati alla mano che le conquiste coloniali francesi della seconda metà del XIX secolo, contrariamente a quello che generalmente si dice, non hanno aumentato la ricchezza del paese ma ne hanno frenato lo sviluppo economico, a causa delle forti somme investite che si sono rivelate scarsamente produttive. Grazie ad esso Marseille è stato nominato alla Sorbona direttore dell’Institut d’histoire économique et sociale fondato da Marc Bloch all’inizio del secolo scorso. Tra i suoi libri più importanti c’è Le Grand Gaspillage: Les vrais comptes de l’Etat, dove l’autore fa i conti in tasca allo Stato che troppo spesso spreca i soldi dei contribuenti. Lo stile diretto di Jacques Marseille e la sua ruvida ironia hanno trovato posto nelle pagine del più importante quotidiano economico francese, Les Echos, e in quelle dei settimanali L’Expansion, Marianne e Le Point.
Professore, sulla questione del passato coloniale i francesi non finiscono di accapigliarsi. Ma al di là degli sviluppi recenti, non le sembra che la realtà storica poco c’entri con la mitologia repubblicana, viva ancora oggi? Si pretende che da una parte, tra gli imperialisti, ci sia sempre stato il grande capitale, mentre dall’altra ci sarebbe sempre stata la sinistra, progressista e repubblicana, portatrice di una tradizione umanista e anticoloniale.
In quel periodo ad essere contrari alla colonizzazione erano i liberali. Tutti gli economisti liberali dell’epoca, come Frederic Bastiat, dicevano che la colonizzazione era un’assurdità. Per loro, voler mettere la bandiera francese sulle nuove terre dell’Impero voleva dire “esportare” dei funzionari, o cercare di vendere dei prodotti a popolazioni con un limitato potere d’acquisto: era solo un inutile salasso per il bilancio dello Stato. Mentre i repubblicani più sinceri, che oggi definiremmo “di sinistra”, erano assolutamente favorevoli, perché dicevano di voler portare i “Lumi”, le virtù della Repubblica e della Rivoluzione, i diritti dell’Uomo a popolazioni in ritardo sulla via della civiltà e del progresso. A questo riguardo ci sono testi di Hugo, di Zola, di Maupassant che sono davvero straordinari.
Che cosa le ispira l’attuale polemica sul “ruolo positivo” della colonizzazione francese, che si voleva venisse insegnato nelle scuole e che ora pare verrà escluso dai programmi?
Credo che dia la misura della regressione intellettuale del nostro paese. Siamo nel più totale delirio. È insopportabile vedere fino a che punto la storia è strumentalizzata per fini partigiani completamente assurdi. Dato il contesto, più che la polemica in sé quello che mi preoccupa è la coscienza che la Francia mostra di avere di sé. Sono piuttosto d’accordo con chi, come Finkielkraut, parla di un vero e proprio odio di sé. Da una parte vediamo la Francia commemorare con brio Trafalgar, la battaglia navale in cui francesi e spagnoli, il 21 ottobre 1805, furono sconfitti dagli inglesi guidati dall’ammiraglio Nelson, mandando alla celebrazione la portaerei “Charles de Gaulle”; dall’altra vediamo la stessa Francia celebrare in tono minore Austerlitz, la battaglia che vide Napoleone sconfiggere l’imperatore d’Austria Francesco I e lo zar Alessandro I, perché un oscuro storico ha scritto che Napoleone aveva ristabilito la schiavitù nel 1802!
Rimane vero che Napoleone ha ristabilito la schiavitù, anche se lo storico di cui lei parla, Claude Ribbe, dice un’assurdità sostenendo che Napoleone, in sintesi, ha mostrato a Hitler la via del genocidio e delle camere a gas.
Certo che Napoleone ha ristabilito la schiavitù, ma giudicare questo fatto con la mentalità odierna rappresenta un clamoroso anacronismo! A questo punto non dovremmo più insegnare la democrazia ateniese, perché in quella civiltà esisteva l’istituzione della schiavitù! Tutte le società, dall’antichità fino al XVIII secolo, sono state schiaviste. Lasciarsi andare ad un tale anacronismo è il peccato più grave che uno storico possa commettere. Per questo sono contrario anche alla legge che stabilisce che lo schiavismo è un crimine contro l’umanità. Trasporre i sentimenti di oggi nel passato dimostra soltanto una grande regressione intellettuale.
Non è, questa regressione intellettuale, il sintomo di una profonda paura che viene dall’incapacità a capire il mondo che cambia?
È vero. Si ha l’impressione, sempre più forte, che questo paese dubiti di se stesso, e questo lo si desume anche da notizie di cronaca come il primo posto della Francia, al mondo, per consumo di antidepressivi. Un recente sondaggio dice anche che i francesi sono il popolo, fra i paesi industrializzati, che ha più paura della globalizzazione. Tra le possibili spiegazioni c’è il tasso di disoccupazione, che negli ultimi trent’anni è rimasto attorno al dieci per cento della popolazione attiva. Rispetto alle riforme economiche necessarie, gli ultimi due presidenti della Repubblica, il socialista Mitterrand e il gaullista Chirac, incarnano il nulla assoluto.
Che effetto le fa vedere i più importanti esponenti politici francesi, responsabili di un bilancio piuttosto fallimentare, ripetere in continuazione che la Francia è portatrice di valori universali e che il “modello francese” è un esempio per il mondo?
Che effetto mi fa? Mi fa ridere. Credo che la Francia sia un bel paese, con una bella storia, e che i francesi hanno fatto molte cose belle. Abbiamo per esempio delle grandi aziende francesi che da una trentina d’anni hanno saputo affrontare la concorrenza e sono tra i leader mondiali. Ma nello stesso tempo, sempre negli ultimi trent’anni, la qualità dei nostri dirigenti politici si è dimostrata tale da far cadere le braccia. Certo, sanno fare citazioni in latino e parlano di grandi progetti a questo o a quel proposito, fanno anche una bella figura nelle riunioni internazionali, però sono sempre più lontani dal mondo reale. Ma lo sa che il 55 per cento dei deputati eletti all’Assemblea nazionale sono dei funzionari dell’amministrazione pubblica e che l’età media è di 56 anni? La prima cosa da fare è sbarazzarsi dei “vecchi”, e credo che a questo riguardo siamo sulla buona strada. Per la vecchia generazione, che non capisce i cambiamenti del mondo, è tempo di farsi da parte. E poi è necessario un uomo che incarni la rottura con un modello francese completamente sorpassato. Sarkozy? L’ha detto lei.

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