I predoni dell’oro nero del Niger

Di Rodolfo Casadei
09 Febbraio 2006
IL PREZZO MONDIALE DEL PETROLIO LO DECIDONO I BANDITI DELLE PALUDI DEL FIUME AFRICANO. MA DIETRO DI LORO SPUNTANO I RIVALI DI SHELL E AGIP

Gli uffici dell’Agip a Port Harcourt assaliti via mare, una sparatoria con 10 morti; l’impianto della Shell di Benisede dato alle fiamme dopo l’uccisione di 12 soldati; la Daewoo svaligiata a Warri, 4 dipendenti della Shell rapiti e rilasciati dopo 19 giorni da un’organizzazione che minaccia di mandare gambe all’aria l’intero sistema dell’esportazione del petrolio nigeriano e intima alle compagnie straniere di abbandonare l’area. Il prezzo mondiale che schizza all’insù di un altro dollaro a causa della crescente insicurezza. Cosa sta succedendo di così destabilizzante per la bilancia energetica mondiale fra le paludi e le foreste di mangrovie del delta del fiume Niger?
La storia è di quelle surreali. Nei cinquant’anni di esistenza dell’industria petrolifera, in Nigeria sono entrati 350 miliardi di dollari di introiti da esportazione di greggio. Il paese è il decimo produttore mondiale, il primo dell’Africa, con una capacità estrattiva di 2,3-2,5 milioni di barili al giorno e riserve stimate per 35-40 miliardi di barili. Eppure la Nigeria si trova al 151° posto su 175 paesi nella classifica dell’Indice di sviluppo umano, il 70 per cento della popolazione ha un reddito inferiore ad 1 dollaro Usa al giorno e in realtà l’attuale reddito medio pro capite è inferiore a quello del 1976. Come si spiega un disastro politico-economico del genere? Se vogliamo spiegarlo aggiungendo un altro paio di cifre, basta citare quello studio della Banca Mondiale dove si legge che l’80 per cento delle entrate del petrolio beneficia l’1 per cento della popolazione. Se invece vogliamo spiegarlo con un ragionamento, diremo che la Nigeria rappresenta il caso più clamoroso della “maledizione delle materie prime”: quando uno Stato frutto della decolonizzazione può contare su una rendita indipendente dal prelievo fiscale sui cittadini, esso tende inevitabilmente ad organizzarsi come Stato neo-patrimonialista, in cui governo e funzionari trattano le risorse nazionali come proprietà personale e i servizi pubblici non sono resi. Quando l’autosufficienza dello Stato dipende dal prelievo fiscale, esso è costretto a rendere ai cittadini i servizi dovuti per non provocare la loro rivolta; quando lo Stato può “fare a meno” dei cittadini, non ci saranno tasse da pagare, ma nemmeno servizi. Le rivolte, quando ci saranno, non faranno che riprodurre il modello neo-patrimonialista in piccolo. Esattamente quello che sta succedendo in Nigeria.

“culti” fantasiosi
Agenzie di stampa e giornali di tutto il mondo si sono affrettati a echeggiare le rivendicazioni del Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend), il gruppo armato autore del rapimento dei dipendenti della Shell e degli altri assalti: trasferimento del controllo delle risorse petrolifere alla popolazione locale, un indennizzo pari a 1 milione di dollari per presunti danni ambientali, autodeterminazione, cacciata delle compagnie petrolifere straniere dalla regione in quanto complici dello sfruttamento economico ad opera del corrotto governo nigeriano. La tipica retorica di un movimento autonomista radicale, di una forza politica rivoluzionaria. Ma dietro la retorica si cela ben altro.
Oltre a tutto il resto, il Mend chiede la liberazione di Mujahid Dokubo-Asari, il leader di una milizia ijaw (etnia locale) arrestato per alto tradimento dopo essersi dichiarato favorevole allo smembramento della Nigeria, e dell’ex governatore dello stato di Bayelsa (una regione del delta) Diepreje Alamieyeseigha, sfiduciato dalla sua maggioranza e privato dell’immunità che lo proteggeva dall’arresto per riciclaggio di denaro all’estero. Alamieyeseigha era stato arrestato da Scotland Yard a Londra, sorpreso con 1,8 milioni di sterline (2,6 milioni di euro) di provenienza sconosciuta. Rilasciato su cauzione, era fuggito dall’Inghilterra travestito da donna con l’aiuto di un passaporto falso ed era stato accolto a casa come un eroe, prima di essere arrestato in loco. Dokubo-Asari, invece, è il leader incontrastato della Niger Delta People’s Volunteer Force (Ndpvf), la principale banda armata della regione intorno a Port Harcourt, che ne conta circa un centinaio. Si tratta per lo più di ex club di studenti universitari con velleità politiche che col tempo si sono trasformati in associazioni segrete con propri rituali di iniziazione (“culti” secondo la denominazione corrente) e infine in organizzazioni criminali dedite a due principali attività: il furto e il contrabbando di petrolio sottratto agli oleodotti e l’esecuzione di “servizi” a vantaggio di politici e notabili locali. I nomi dei “culti” sono estremamente fantasiosi: “groenlandesi”, “tedeschi”, “KKK”, “avvoltoi”, “Signori della Mafia” e altre dizioni indigene compongono il panorama delle bande, che negli ultimi tre anni si sono divise in due campi, quello degli alleati dell’Ndpvf di Dokubo-Asari e quello degli alleati dei Niger Delta Vigilante (Ndv) di Ateke Tom. Sotto elezioni, politici locali e nazionali reclutano le bande per realizzare campagne elettorali molto muscolari, che condizionano pesantemente l’esito del voto. Nel 2003 gli osservatori dell’Unione Europea hanno scritto nel loro rapporto sul voto in questa regione che «gli standard minimi di un’elezione democratica non sono stati rispettati».

furti negli oleodotti
Tuttavia l’attività più redditizia delle bande è il cosiddetto bunkering, il furto di petrolio dagli oleodotti e il suo trasporto per mezzo di chiatte nascoste nei canali del delta in alto mare, dove nottetempo viene trasferito in grandi navi cisterna che lo portano a destinazione in vari porti africani. Ogni anno la Nigeria perde fra gli 1,5 e i 4 miliardi di dollari a causa di queste attività criminali che hanno complicità ai massimi livelli: attualmente due ammiragli della marina nigeriana sono sotto processo per complicità in questo traffico, ma è solo la punta di un iceberg.
Il bunkering presuppone il controllo del territorio, in un’area vasta quasi come l’Italia settentrionale, e ciò è motivo di sanguinosi scontri fra le bande, che coinvolgono anche civili inermi. Dokubo-Asari è responsabile della morte di centinaia di giovani banditi e di decine di residenti, ma fino al settembre scorso se l’era sempre cavata grazie alle ottime entrature di cui disponeva. Nell’ottobre 2004 era stato convocato nella capitale Abuja insieme al suo rivale Tom dal presidente Obasanjo per la firma di un accordo di pace che prevedeva il disarmo delle milizie in cambio dell’impunità. Poche armi sono state in realtà consegnate, e quando Asari ha ripreso a profferire minacce contro lo Stato centrale, è stato arrestato dalla polizia del Rivers State e trasferito ad Abuja. L’escalation di violenze che è seguita all’arresto di Asari ha fatto pensare ad un disegno più vasto: l’esodo delle compagnie occidentali dal delta del Niger lascerebbe campo libero ad altre compagnie, che aspettano nell’ombra. Cinesi? Forse. Nigeriane? Quasi certo. Stiamo a vedere.

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