Il costo della politica
La guerra in Afghanistan e in Irak, le minacce di Ahmadinejad, l’odio di Hamas e Hezbollah, le trame di Damasco, tutto questo non può farci dimenticare casa nostra. Più di nove italiani su dieci, quando hanno potuto, hanno bocciato il finanziamento pubblico ai partiti. Nell’angolo, dissenzienti, i Radicali, soli contro tutti gli altri. Eppure nelle urne hanno puntualmente vinto. Gli italiani han detto “Sì” all’abolizione del mantenimento pubblico delle burocrazie di partito. Gli italiani han detto “Sì” a dei partiti che riescano a trovare soldi in piazza, nelle cene, nelle convention. Purché sia trasparente, gli italiani han detto “Sì” alle lobby che finanzino la politica. Purché sia alla luce del sole, ben vengano multinazionali e grandi imprenditori a pagare le campagne elettorali. Non è una novità, anzi: come quest’anno, quasi ogni anno le assemblee elettive aumentano gli stipendi degli eletti. I rimborsi elettorali lievitano. È un concorso di colpa, dove gli interessi di tutti gli apparati si incontrano. Pochi, purtroppo, si scandalizzano. Poi tutto torna a tacere; la memoria nel nostro paese è a breve termine. Di solito, però, queste leggi vengono presentate solo quando si sono raccolte le firme di (quasi) tutti i responsabili dei gruppi parlamentari, almeno la responsabilità è condivisa. Ingenuo questa volta aver perso il treno delle leggi ordinarie e aver presentato la riformicchia solo all’ultimo istante nell’ultimo decreto legge del governo. Autolesionista, se si sanno trovare soldi sul mercato, apparire voraci sui soldi pubblici.
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