La rosa bianca lascai il segno. E anche il Foglio
Al direttore – Biglietto lasciato da una donna dopo avere visitato la mostra della Rosa Bianca a Milano: «Sono ebrea, ho 63 anni e ancora non capisco perché io mi sia salvata e altri miei coetanei siano morti. Non sono credente e non “sono piena di stupore per la bellezza di tutto ciò che l’uomo non è stato lui a creare”, in una cosa così c’è. Dio. Sono molto più fiera di appartenere all’essere umano di cui fanno parte anche persone come quelli della Rosa Bianca. Complimenti alla guida e alla convinzione commossa con cui spiega la vicenda. Claudia».
Gianni Mereghetti, via mail
“Convinzione commossa”. Ecco cos’è democrazia. Perché prima delle idee e delle regole valga la persona umana.
Egregio direttore, ho letto con piacere il servizio “I ragazzi di Piazza Duomo”. Anche nella nostra città i ragazzi del “Progetto Together” -un’iniziativa simile a quella di Portofranco – hanno organizzato la mostra sulla Rosa Bianca e questo fatto ha avuto l’effetto di smuovere giovani e meno giovani. Come è accaduto per l’Associazione Partigiani Osoppo – la storica associazione friulana che riunisce i partigiani che militarono nelle formazioni di ispirazione cattolica – che ha colto la novità dell’iniziativa. Ha affermato il loro presidente Cesare Marzona: «Da anni ci chiedevamo come coinvolgere le nuove generazioni al di là di discorsi commemorativi o di cerimonie con modesti risultati di attenzione. Ci siamo dunque detti: i ragazzi di oggi restano colpiti non tanto dal racconto di una storia che appare per loro ormai lontana quanto dal porre in evidenza i valori e l’amicizia che hanno mobilitato e motivato i loro coetanei di sessanta anni fa». E così l’iniziativa dei ragazzi del “Together” ha coinvolto i giovani di oggi e i giovani di sessant’anni fa, che hanno deciso di organizzare una mostra da affiancare a quella della Rosa Bianca e che hanno chiamato “Una amicizia per la libertà” dedicata ai giovani della Osoppo che hanno perso la vita nella guerra di liberazione, all’amicizia che li legava, cresciuta e alimentata nei gruppi di Azione Cattolica di quegli anni. Ragazzi cui sono state dedicate scuole e strade delle nostre città, ma di cui quasi nessuno conosce la storia. Una mostra così, i ragazzi della Rosa Bianca e i ragazzi della Osoppo, non poteva non suscitare interesse: nei quindici giorni di apertura si sono incontrati centinaia di studenti assieme agli uomini e alle donne che hanno vissuto la guerra partigiana, ricordando gli amici scomparsi o le vicende di quegli anni. Ha colpito ad esempio l’incontro con Fey von Hassell, figlia di Ulrich von Hassell ambasciatore tedesco a Roma negli anni Trenta e giustiziato da Hitler dopo l’attentato del luglio 1944, esponente della resistenza antinazista. E ancora la testimonianza di Rita Friz sorella di Antonio, ragazzo diciottenne dell’Azione Cattolica che venne fucilato nel dicembre 1944, catturato mentre stava preparando un’azione di sabotaggio al deposito macchine della stazione di Udine: «Assieme al suo gruppo di partigiani voleva far saltare il deposito locomotive: serviva a sabotare i tedeschi, ma soprattutto a far sì che non vi fossero altri bombardamenti alleati che avevano già duramente colpito la città». Oppure la semplice testimonianza della sorella di Cecilia Deganutti, giovane maestra udinese uccisa nel campo di concentramento della Risiera di San Saba a Trieste, che ha consegnato ai ragazzi della mostra il libretto con la storia di Cecilia. Quello che colpisce è ciò che unisce le storie di Hans e Sophie Scholl, quelle dei ragazzi della Osoppo con le storie dei ragazzi di Portofranco e del “Together”. Storie e contesti diversi, storie di giovani che a partire dalla propria formazione e dall’amicizia fra di loro, hanno compiuto delle scelte decisive, che per alcuni hanno significato perdere la vita, per altri proporre dei gesti coraggiosi e di solidarietà che evidentemente non trovano il gradimento dei “potenti” di oggi.
Roberto Volpetti, Udine
Bene. La questione dell’alleanza giovani resto del mondo per l’educazione è la questione delle questioni, la questione di vita o di morte. Per come siamo messi in Italia vi basti leggere (leggetela per favore), la lettera di Michela Romagnoli pubblicata sul Foglio di sabato 4 febbraio. Dove ci viene raccontato come ginecologi e psicologi di Stato insegnano nelle scuole di Stato a portare in tasca il condom e come si fa a non prendersi quelle due malattie che si chiamano Aids e gravidanza. Giuliano Ferrara ha risposto, tra l’altro, che «solo l’idea di un’educazione di Stato all’affettività incute più orrore della mistica del condom». Noi dovremmo rispondere a tutti coloro che, come lo Sdi di Enrico Boselli, vogliono ancora una sola scuola pubblica, uguale per tutti, solo statale e solo di miserabile pedagogia statale, parafrasando ancora Ferrara: «Si può lasciar morire i giovani per la mala educación di un branco di cretini?».
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