Noi al ralenty, loro al pressing

Di Tempi
16 Febbraio 2006
La lezione sportiva di Qaradawi che vorremmo vedere in prima serata tv

Ecco a cosa pensiamo noi quando scriviamo giornali e sbattiamo in prima pagina quei pessimi soldati inglesi che hanno pestato (due anni fa) un gruppetto di adolescenti iracheni. Pensiamo che i nostri nemici siano come noi che inseguiamo con le telecamere i giocatori fin dentro gli spogliatoi e poi passiamo la domenica sera a discutere dei bei piedi di Del Piero e dei brutti insulti di Figo. Pensiamo che loro apprezzino il nostro dio della trasparenza e della giustizia. Pensiamo – noi che rovistiamo nelle pieghe di ogni sporca guerra per denunciare dove abbiamo sbagliato noi – che i nostri nemici ci riconoscano questa (inferiore ma molto efficace) metodica democratica che sa mostrare i delitti e sa castigarli. Pensiamo che così, anzi, che soprattutto così, continuando a usare i media per mettere a nudo tutti nostri lati peggiori, sputtanando tutti i nostri politici, i nostri soldati, i nostri vignettisti, loro, i nostri nemici ci odieranno di meno. Pensiamo, noi che perdoniamo – non cristianamente, religiosamente, misteriosamente, perché non crediamo più che Cristo sia l’archetipo e il prototipo di tutto ciò che di bello e di buono abbiamo ricevuto dalla vita, come invece crede ancora la mamma di don Santoro che ha perdonato – che bisogna perdonare per ragioni sentimentali e sociologiche, di opportunità politica e di ordine pubblico. Noi che «poverino, è una vittima dello shock per le vignette danesi». Noi che «chissà chi gliel’avrà data in mano quella pistola, amerikani? (Ma no, forse ha solo bisogno di un po’ di affetto e di un po’ di Crepet)». Bene, noi siamo questo.
Perciò ci meritiamo la lezione di Youssef Qaradawi, lo sceicco di cui conosciamo (non solo perché ne ha scritto Magdi Allam, ma perché è noto alla stampa e all’intelligence internazionale) l’attività di telepredicatore estremista, pagato per incendiare la testa dei giovani musulmani. La lezione di Qaradawi la trovate a pagina 16 (e non in prima pagina come avrebbe meritato). La trovate sotto il civettuolo titoletto “islam & tolleranza” (nell’edizione dell’11 febbraio del Corriere della Sera). Dove Qaradawi scrive con tono stizzito e beffardo la sua diffida a Magdi Allam. Qaradawi nega di aver mai pronunciato fatwa. Nega di aver mai svolto il sermone del 3 febbraio e qualsiasi altro in cui ha legittimato l’uccisione dei vignettisti e dei direttori di giornali che avrebbero offeso Maometto. Nega di aver mai predicato la violenza e «anzi, condanno l’uso della violenza e i miei libri, che sono più di 250, chiariscono e confermano quanto detto». In conclusione, presentandosi come il non plus ultra dell’islam moderato, Qaradawi ammonisce: «Si presuppone che un giornale serio come il vostro non pubblichi un articolo di uno scrittore che non riporta la verità e non ha conoscenze dirette del caso narrato come Magdi Allam». Parole a cui Allam replica con fermo garbo, ricordando quello che tutti sanno di Qaradawi e, a proposito del sermone del 3 febbraio, che la videoregistrazione è a disposizione.
Avete capito la lezione? Loro ci mentono spudoratamente e noi continuiamo a lasciarci ingannare, lasciando soli i Magdi Allam. «Lasciateci in pace». Ma questo è, precisamente, perdere la guerra. E perderla – come fa notare Giuliano Ferrara – non per Danzica, ma per un branco di cretini che vivono di tv.

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