La guerra fredda di Zapatero

Di Rodolfo Casadei
16 Febbraio 2006
COME NEGLI ANNI CINQUANTA C'ERA CHI CEDEVA AI RICATTI DELL'URSS, OGGI LA SPAGNA SOCIALISTA CONDUCE UNA POLITICA ESTERA ARRENDEVOLE A DANNO DELLA DEMOCRAZIA

Madrid. «In questi due anni ho letto molti editoriali che definiscono l’iniziativa di Zapatero dell’Alleanza fra le civiltà un’idea vuota e senza futuro. Si sbagliano. Siamo davanti ad un’iniziativa pericolosa, le cui potenziali conseguenze per l’edificio democratico europeo, costato tante sofferenze, sono catastrofiche. Per un democratico i diritti fondamentali sono universali e non negoziabili, per l’Alleanza fra le civiltà sono relativi e limitati nel tempo e nello spazio. Ci si siede allo stesso tavolo con governi e leader politici profondamente convinti che i diritti fondamentali sono lo strumento più efficace con cui l’Occidente ha umiliato e dominato l’islam. Immagini le conseguenze di questo. Del resto l’abbiamo appena visto: la passività e rilassatezza del capo del governo in occasione della crisi delle vignette di Maometto è stata scandalosa. L’Alleanza fra le civiltà è l’istituzionalizzazione dell’appeasement».
Gustavo De Aristegui, capogruppo del Partito popolare nella commissione esteri delle Cortes, non lesina i termini per stigmatizzare quella che in più occasioni ha definito la “radicalizzazione” della politica estera spagnola sotto il governo Zapatero. Fra gli stucchi della grande hall dell’hotel Ritz, poco lontano dal Prado, la sua voce risuona decisa. Quest’ultima vicenda delle vignette di Maometto, che il capo del governo ha deciso di affrontare con un blando ed ecumenico commento firmato insieme al turco Erdogan apparso sul New York Times e sull’Herald Tribune, nel quale non compare nemmeno una parola di condanna per le violenze dei dimostranti in tutto il mondo, ha toccato un suo nervo scoperto: Aristegui è figlio di un ambasciatore assassinato in Libano nel 1989 nel corso di un attentato all’ambasciata spagnola, probabilmente teleguidato dalla Siria. L’editoriale congiunto Zapatero-Erdogan si conclude affermando che la convivenza pacifica è possibile solo «dove c’è interesse ad ascoltare il punto di vista dell’altro e rispetto per ciò che per questo altro è sacro». Che è come dire che bisogna rispettare le condanne a morte di chi cambia religione o di chi fa “proselitismo” a danno dell’islam, il taglio delle mani ai ladri, la poligamia, i martiri che si immolano per il jihad, ecc., se si vuole la convivenza pacifica con tutti gli islamici, perché tutte queste cose sono sacre per molti di loro: ha ragione Aristegui, questa è l’istituzionalizzazione dell’appeasement, parola che si usava negli anni della Guerra fredda per definire il cedimento davanti ai ricatti dell’Unione Sovietica.

Due milioni di voti estremisti
Strizzatine d’occhio agli islamisti, intensi rapporti col Venezuela dell’ultrà anti-americano Hugo Chávez al quale si vogliono vendere navi e aerei militari, ammorbidimento della politica dell’Unione Europea nei confronti di Cuba, reiterati inviti ai governi della “coalizione dei volonterosi” a ritirare le loro truppe dall’Irak sul modello di quanto fatto nel 2004 dal nuovo governo spagnolo, allineamento all’asse Parigi-Berlino e allontanamento dall’asse Londra-Washington sul quale Aznar aveva posizionato il paese durante il suo governo: negli ultimi due anni i segnali di radicalismo dell’esecutivo non sono certo mancati. I motivi di questa deriva sono essenzialmente due: «Anzitutto il capo del governo e molti ministri hanno effettivamente convinzioni radicali», afferma il responsabile della politica estera del Partito popolare, «ma c’è anche il fatto che questo governo deve essere e apparire radicale per un’altra ragione: alle elezioni del 14 marzo 2004 sul Partito socialista si sono riversati due milioni di voti di elettori radicali che lo avevano abbandonato nel 1986, quando il capo socialista del governo Felipe Gonzales guidò la campagna referendaria per il “sì” all’ingresso della Spagna nella Nato. La propaganda di Zapatero e la manipolazione dei fatti dell’11 marzo ha di nuovo attirato questi voti sul Partito socialista, e ora occorre tenerceli».
Il problema è che col radicalismo non si può fare una vera politica estera, a meno che non si accetti l’isolamento progressivo del paese. Zapatero e i suoi ministri cercano allora di conciliare, almeno a parole, idealismo anti-imperialista e realismo politico, ma i risultati hanno il sapore del dilettantismo quando non addirittura della farsa. La vicenda della vendita di navi ed aerei al Venezuela è a questo riguardo esemplare. Inizialmente l’amministrazione spagnola ha smorzato i toni, affermando che si trattava di armamenti difensivi, e che con gli Stati Uniti non esistevano contrasti importanti, anzi le relazioni erano “buone”. Quando però l’opposizione di Washington alla vendita di armamenti a Chavez per 1,7 miliardi di euro è diventata ufficiale, il ministro della Difesa Josè Bono se ne è uscito con dichiarazioni provocatorie all’atto della firma del contratto a Caracas fra il governo venezuelano e le imprese spagnole Casa ed Eads. Ha definito «atto di un paese sovrano e autonomo» la vendita, e ha aggiunto polemicamente: «non riconosco nessun impero se non quello della legge». A Washington devono aver sorriso: gli armamenti che Madrid voleva vendere contengono tecnologia americana; è bastato porre il veto alla ri-esportazione di tale tecnologia per mandare a monte tutta l’operazione politico-commerciale e per fare andare Chávez su tutte le furie. Ora il governo e le due imprese cercano di sostituire la tecnologia Usa con altra per salvare la commessa, ma sarà molto difficile.

Come perdere 42,5 miliardi di euro
Sotto gli strali dell’opposizione sono finite altre due maldestre manovre del governo. La prima riguarda la vicenda del Sahara ex spagnolo, occupato dal Marocco, il cui statuto internazionale è ancora nel limbo trent’anni dopo la sua evacuazione da parte della Spagna. Tradizionalmente tutti i governi spagnoli hanno mantenuto una posizione di stretta neutralità di fronte al conflitto fra marocchini e saharaoui, favorendo una soluzione concordata a livello Onu; le forze più radicali della sinistra hanno però sempre preso le difese dei saharaoui. Zapatero ha rovesciato lo schema: ha avvicinato la Spagna alle posizioni del Marocco, al semplice scopo di alimentare un rapporto privilegiato col medesimo. Senza alcun successo, quando si nota che la monarchia di Mohamed VI mantiene le sue rivendicazioni sulle enclaves spagnole in territorio marocchino di Ceuta e Melilla e addirittura sulle isole Canarie.
Vivo disappunto, infine, per l’esito del negoziato sul bilancio della Ue: la Spagna ha perso 42,5 miliardi di euro, scendendo dal precedente guadagno netto di 47,5 miliardi di euro ad appena 5. «La cosa peggiore è che l’abbiamo saputo dalla bocca di Tony Blair, non dal primo ministro spagnolo. Ora il contributo della Spagna all’allargamento della Ue è pari allo 0,6 per cento del nostro Pil, mentre quello della Francia è solo dello 0,25. La Spagna da sola paga il 25 per cento dei costi dell’allargamento, mentre il nostro Pil è solo l’8 per cento del Pil totale dell’Unione».

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