Sottomessi all’odio islamista
La notizia della settimana non è che la provocatoria maglietta stupidamente esibita da un ministro della Repubblica ha provocato una sommossa anti-italiana a Bengasi con morti e feriti, ma che l’Intifada islamista planetaria, decisa a tavolino tre mesi dopo l’apparizione delle vignette dello scandalo, continua a dilagare e ad aprire sempre nuovi fronti.
Nel mirino ci sono due obiettivi, uno immediato e l’altro a medio termine: il primo è quello di mettere in crisi i governi locali (che per gli islamisti vanno abbattuti perché non veramente musulmani, ma empi) con moti di piazza “spontanei”: Bengasi da sempre è roccaforte di movimenti islamisti (Harakat al-Tajammu al-Islami, al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah fi-Libya) che fanno la fronda al regime di Muammar Gheddafi, non estranei a tentativi di assassinio del colonnello e da lui spietatamente repressi. Il secondo obiettivo è di preparare il terreno allo “scontro di civiltà” innescando una catena di azioni e reazioni volta a catalizzare sentimenti aggressivi su due fronti opposti. Dell’altalenante sentimento di indignazione delle masse musulmane per i sacrilegi contro l’islam abbiamo già scritto: centinaia di moschee e di copie del Corano date alle fiamme durante le operazioni di pulizia etnica nel Darfur ad opera del governo arabo di Khartum negli ultimi due anni non hanno suscitato il benché minimo malessere nel mondo islamico, mentre vignette e magliette irriverenti hanno il potere di scatenare il finimondo. Coinvolgendo anche soggetti che a rigore non c’entrano nulla con la provocazione danese, come le ambasciate degli Stati Uniti e le decine di cristiani trucidati nella Nigeria settentrionale. Ad animare le violenze non è il sentimento di offesa, ma il diffuso risentimento contro l’Occidente, considerato responsabile dell’impasse politico-economica dei paesi islamici.
La religione è il pretesto per la manifestazione di un odio tutto politico. L’aspetto più sconfortante della reazione della sinistra italiana di fronte a tutto questo non è la scontata strumentalizzazione elettoralistica dell’affare Calderoli. Anche se essa contribuisce a dividere il paese quando l’unità sarebbe massimamente necessaria. L’aspetto più mortificante è l’ammissione unilaterale di colpa verso il mondo islamico (vedi iscrizione nell’albo degli indagati dalla Procura di Roma dell’ex ministro Calderoli per «vilipendio alla religione» e «delitti contro i culti ammessi dallo Stato») e un più generale senso di colpa, che dalle prese di posizione del cartello dell’Unione traspare. La sinistra continua marxisticamente a pensare che l’estremismo islamico non è un fenomeno endogeno, ma una reazione a ingiustizie del passato e del presente inflitte dall’Occidente capitalista a quei popoli. Il dialogo di cui tanto parla – dimenticando l’elementare verità che a dialogare non possono essere le civiltà, ma sempre e solo le persone – è in realtà un monologo che consiste nell’unilaterale atto di contrizione dell’Occidente per le sue colpe storiche.
Come ha detto Alain Finkielkraut a proposito della Francia e delle sue minoranze, per disinnescare l’odio nei nostri confronti mostreremo quanto siamo odiosi. Un gesto che fa il gioco degli islamisti e servirà solo ad affrettare la nostra rovina.
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