La scuola francese vuole uscire dall’età della pietra quella americana vuole ritornarci
Parigi. Claude Allègre, geochimico, socialista e ministro dell’Educazione nazionale dal 1997 al 2000, ha dato quella che è probabilmente la migliore definizione sintetica del sistema scolastico francese: «Un mammut». Arcaico e imponente con i suoi 1.350.000 dipendenti, tra personale tecnico, amministrativo e insegnanti. Costo per la collettività: 116,3 miliardi di euro, cioè il 7,1 per cento del Pil. Altro dato significativo: in vent’anni il numero di studenti è passato da 15 a 14 milioni, mentre quello degli insegnanti è aumentato di 120.000 unità.
Un apparato enorme e costoso ma non per questo efficace. Nel rapporto Pisa, che ogni due anni valuta la comprensione dello scritto, la cultura matematica e quella scientifica degli studenti dei 32 paesi dell’Ocse, si può leggere per esempio che la Repubblica Ceca ha dei risultati comparabili a quelli degli studenti francesi pur investendo circa la metà. Per questo il già citato Claude Allègre avrebbe voluto far «dimagrire il mammut», rendendo più leggera e meno costosa la struttura amministrativa, e migliorare la qualità dell’insegnamento rivedendo i metodi pedagogici, inefficaci per almeno 150 mila giovani che ogni anno escono dal sistema scolastico francese senza diploma o un qualche tipo di qualificazione, e con gravi difficoltà in conoscenze fondamentali come la lettura e la scrittura. Nel marzo del 2002 il tentativo di riforma venne bloccato dalle manifestazioni volute da alcuni sindacati d’insegnanti, e Allègre perse il posto. L’allora primo ministro Lionel Jospin scelse non l’interesse generale ma quello del partito, che nelle scuole e nelle università da trent’anni trova elettori, militanti e, più in generale, sostegno politico e ideologico.
INSEGNAMENTO DA MANUALE
Una tendenza a sinistra che si ritrova nei manuali scolastici, come abbiamo scritto su queste pagine (Tempi 46 del 2005) e come fa notare anche Le Monde in un articolo dell’8 febbraio 2005 dedicato ai manuali di economia per le scuole medie: «All’evidenza, il cuore degli autori dei manuali economici pende più dalla parte degli avversari della globalizzazione che da quella dei suoi difensori. Come quello degli allievi a cui sono destinati. Causa o effetto?». A questa deriva ideologica se ne sovrappone una strutturale, come spiega Marie-Laure de Léotard nel libro Le dressage des élites (ed. Plon – 2001). La maggior parte dei dirigenti politici ed economici francesi escono dalle “Grandi scuole”, come l’Institut d’études politique (Sciences Po), Polytechnique (l’X), l’École national de l’administration (Ena), l’École Centrale e poche altre. Niente di male in teoria però, scrive la Léotard, «se negli anni 50 in scuole come l’X o l’Ena i giovani provenienti da famiglie modeste erano il 30 per cento, nel 1995 la percentuale è scesa al 9». Un determinismo sociale che non tocca gli insegnanti, solo il 4 per cento circa della popolazione attiva ma i cui figli sono un terzo degli studenti dell’X e il 42 per cento degli studenti dell’École Centrale. Per Claude Thélot, fino al 2003 presidente dell’Haut Conseil de l’évaluation de l’école, la spiegazione è «la sempre più grande opacità delle vie del successo scolastico [che] rendono preziosa la conoscenza del sistema educativo che hanno gli insegnanti». Un “sistema”, chiuso ai non iniziati, rimesso in discussione da Richard Descoings, direttore di Science Po, che nel 2001 ha deciso di accettare senza concorso i migliori allievi di alcuni licei dei “quartieri difficili” della periferia di Parigi. I risultati gli danno ragione, rendendo evidente la necessità di una riforma strutturale ora difficile da contrastare.
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