Bravo Gigetto: dieci più

Di Tempi
23 Febbraio 2006

«Anima bella ed entusiasta. Ogni buona idea lo infiamma, ed anche quando la realtà pratica getta qualche secchia d’acqua fredda sul suo fuoco, non s’avvilisce; ad ogni fiamma che si spegne, se ne accende tosto un’altra più grande. (.) Cuore aperto e sincerissimo, deferentissimo verso i superiori». Si potrebbero benissimo prendere queste righe per una bella descrizione del don Giussani che tanti hanno conosciuto. Invece non è così. Si tratta infatti della valutazione meritata dal giovane seminarista Luigi Giussani al termine del primo anno di prefettura (1942-43). Praticamente una premonizione, visto che in quegli anni l’estensore del giudizio di cui sopra, e cioè il rettore del seminario, don Giovanni Colombo (lo stesso che poi, da cardinale di Milano, avrà un rapporto non sempre privo di problemi con il fondatore di Gioventù Studentesca), non poteva nemmeno immaginare le cose di cui l’alunno Giussani si sarebbe rivelato capace.
Ripescati nell’archvio del seminario di Venegono da don Umberto Dell’Orto, docente nello stesso istituto, poi ripubblicati il 18 febbraio dal Giornale del Popolo di Lugano, i giudizi di Colombo in certi passaggi sono davvero profetici. Alla fine della II liceo (1939-40), per esempio, agli occhi del rettore Giussani appare già «esuberante sempre di sentimento e d’entusiasmo per ogni buon ideale; (.) focoso nelle discussioni e nel gioco. Accoglie volentieri le osservazioni; si sforza sinceramente di metterle in pratica. In complesso promette bene». Poi, al termine dell’anno successivo, Colombo coglie un aspetto della personalità del giovane seminarista che negli anni a venire affascinerà molte persone, la capacità di valorizzare gli altri. Giussani – scrive infatti il futuro arcivescovo – «ama e vive l’apostolato, entusiasta per ogni iniziativa, sempre pronto a prestarsi con molto sacrificio». Fra le valutazioni ritrovate da Dell’Orto ci sono anche apprezzamenti alla capacità di coinvolgimento della classe che caratterizzava Giussani. In particolare il rettore fu colpito dal fatto che l’alunno «in ogni iniziativa ci mette ardore (.) e riesce a scuotere e a trascinare anche alcuni mediocri».

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