Thank you Maggie

Di Bottarelli Mauro
02 Marzo 2006
DOPO UN DECENNIO DI DISINFORMAZIONE, IN GRAN BRETAGNA FIORISCE UNA PUBBLICISTICA CHE RILEGGE CON ONESTà I GOVERNI DELLA THATCHER E DI REAGAN. FINO A QUELLO DI BLAIR

La fenomenologia del nuovo segretario dei Tories britannici, David Cameron, e del suo “conservatorismo compassionevole” risiede nel mondo che questo giovane e deciso uomo politico rappresenta o vuole rappresentare: ovvero, una generazione cresciuta nel benessere garantito dalla blue revolution thatcheriana ma che poco o nulla ha socialmente a che spartire con quel periodo e con quel tipo di politica. Almeno a parole. Già, perché al netto di errori politici come la poll tax, a disturbare oggi come ieri è la lungimiranza e il coraggio della Lady di Ferro così come del suo sodale d’Oltreoceano, Ronald Reagan. D’altronde, in epoca di zapaterismo rampante, come non essere disturbati da una legge come la clause 28, norma introdotta nel 1988 che vietava espressamente a tutte le autorità locali di «promuovere intenzionalmente l’omosessualità o pubblicizzare materiale con l’intento di promuovere l’omosessualità» e «di promuovere l’insegnamento in ogni scuola pubblica riguardo l’accettabilità dell’omosessualità come una relazione che pretende di farsi famiglia»?
D’altronde, il mondo è stato tutt’altro che giusto verso l’ex primo ministro britannico. Fin dall’inizio, ovvero da quando – nel 1970 – subì il primo violentissimo attacco concentrico dei media in veste di ministro dell’Educazione. La sua colpa? Abolire la gratuità del latte nelle mense scolastiche per i bambini con più di sette anni. Il perché è presto detto: il taglio andava a finanziare la gratuità di altri servizi scolastici, tra cui la Open University. Ma nessuno, all’epoca, lo disse. A fare un po’ di giustizia ci ha pensato, bontà sua, l’uomo che ne ha eguagliato il record di permanenza a Downing Street, Tony Blair, il quale ha sempre rivendicato le ottime basi di partenza economica ereditate dalla blue revolution thatcheriana.

Qualche dato di realtà
Strano il rapporto tra i due. Quando Blair fu eletto premier nel 1997, la Lady di Ferro disse che «nelle sue mani l’Inghilterra sarebbe stata al sicuro» e forse, più che avanzare un complimento alla levatura, al carattere e al talento del giovane leader venuto dalla Scozia, in questo modo la Thatcher voleva sottolineare come con Blair anche il thatcherismo sarebbe stato al sicuro. Il dilemma che ha attanagliato molti politologi negli ultimi anni è stato infatti questo: Blair non è altro che l’erede della Thatcher? E il New Labour non è nulla più che un nuovo tipo di partito Conservatore, un thatcherismo coscienzioso? I critici leftist del Labour osservano come nella migliore delle ipotesi Blair abbia proseguito l’esperienza thatcheriana con altri mezzi e nella peggiore lo abbia fatto con gli stessi mezzi. In effetti ha accettato in pieno la politica economica neoliberale, ha fatto dell’alleanza con gli Usa una priorità a discapito dei rapporti con l’Europa, ha governato per un lungo periodo – più della Thatcher – con un appeal molto centralistico ed autoritario, ponendo il Cabinet e il Parlamento ai margini e governando con una ristretta schiera di fidati consiglieri e colleghi. Non ha rinazionalizzato le aziende privatizzate e non ha cambiato di una virgola le leggi thatcheriane riguardo i sindacati e la regolamentazione degli scioperi, ha fatto della stabilità finanziaria il key goal della politica macroeconomica ed ha spinto per un processo riformatore del settore pubblico.
D’altronde, perché mai Blair sarebbe dovuto intervenire? Sul versante del mercato del lavoro è sufficiente prendere nota dei risultati di politiche ispirate all’eliminazione di vincoli soffocanti e alla riconversione delle misure assistenziali per la disoccupazione in provvedimenti promozionali di attività lavorative. Un’impostazione, questa, che Blair ha ulteriormente rafforzato nella convinzione che lunghi periodi di assistenzialismo deprimano la capacità della persona di provvedere a sé e alla propria famiglia. Queste politiche non hanno affatto diminuito, in Gran Bretagna, il grado di protezione dei cittadini, né smantellato il welfare state. Il livello di spesa pubblica è lo stesso di venti anni or sono. Solo che, nel 1979, alle voci sanità, pensioni, educazione andava meno della metà delle uscite totali; ora viene destinato il 61 per cento. Intanto, la pressione fiscale è pari al 35,5 per cento; in Italia è al 44 e in Germania al 45 per cento. Ma il governo tedesco proprio in questi giorni ha intrapreso una coraggiosa riforma fiscale che potrà reggere soltanto in presenza di una drastica riduzione della spesa corrente. All’inizio dell’era Thatcher l’aliquota massima sulle persone fisiche raggiungeva l’83 per cento, ora si è dimezzata al 40; quella minima è passata dal 33 al 23 per cento. L’aliquota complessiva sui redditi delle società di capitali (nell’arco di quindici anni) è scesa, nel Regno Unito, dal 52 al 33 per cento, mentre in Italia è salita dal 36 al 53. La somma delle imposte dirette e dei contributi sociali ammonta – Oltremanica – al 50 per cento delle entrate, da noi al 66. Su 100 lire di retribuzione, in Italia se ne devono aggiungere 44 di oneri sociali, nel Regno Unito solo 18. Il salario collegato ai risultati aziendali è detassato in misura del 20 per cento. E la disoccupazione è ai livelli meno elevati d’Europa. Il tasso di occupazione regolare (nell’età compresa tra i 15 e i 64 anni) nel Regno Unito è superiore al 71 per cento, da noi si aggira sul 51 per cento. Ma, come anticipato, il successo più importante della Lady di ferro riguardò il ridimensionamento del potere delle Trade Unions attraverso i tre statuti in materia: l’Employment Act del 1980, quello del 1982 e il Trade Union Act del 1984. I primi due provvedimenti costituivano la fase di transizione verso il nuovo diritto sindacale plasmato conclusivamente nel terzo, i cui obiettivi miravano alla protezione della sfera dei diritti del singolo lavoratore nei confronti dei poteri dell’apparato sindacale e delle clausole di union security che imponevano, in pratica, l’adesione al sindacato per aver accesso al lavoro e all’applicazione dei contratti. Si trattava di clausole appartenenti alla più antica tradizione del sindacalismo inglese. Tali clausole non furono né proibite, né dichiarate illegittime. Venne soltanto stabilito, per legge, che esse, per avere validità, dovessero essere sottoposte a una specifica approvazione da parte dei lavoratori interessati: bastò introdurre un po’ più di democrazia nel rapporto tra sindacati e lavoratori per riuscire a ridimensionare da sé il potere sindacale.

Da lavoratori a cittadini
Ecco il miracolo Thatcher. Ma è un’altra la rivoluzione thatcheriana della quale Tony Blair e l’intera Gran Bretagna ancora oggi beneficia. Creare una nuova classe di piccoli azionisti, interessati al buon andamento non solo delle loro imprese ma di tutta l’economia di mercato. Per avviare bene l’operazione, il governo fissò per il collocamento azionario prezzi relativamente bassi, sacrificando l’erario ma beneficiando i cittadini, in modo da aiutare i risparmiatori a capire i vantaggi del mercato mobiliare e a persuaderli a partecipare anche alle privatizzazioni successive. Le privatizzazioni furono infatti un trionfo, non soltanto per il governo, ma anche per la Borsa. Questo ha portato a un’autentica mutazione psicologica di massa, nel senso che ha trasformato un popolo ancora diviso in “padroni” e “lavoratori” in uno con un notevole senso di partecipazione. Se oggi gli inglesi si sono buttati alle spalle la fama di cinici sfaticati che li aveva accompagnati negli anni Sessanta e Settanta, gli anni del grande declino, è anche grazie all’azionariato popolare che li ha coinvolti nell’andamento dell’economia più di qualsiasi riforma precedente. L’opera è poi stata completata con il trasferimento, anche qui a condizioni molto vantaggiose, di milioni di council houses, di case popolari, ai rispettivi affittuari, i quali hanno cominciato a prendersene cura e a riscattare progressivamente interi quartieri dal degrado. In cosa, quindi, il neolaburismo si è discostato realmente dal thacherismo? Nella capacità di combinare il mercato con l’idea di giustizia sociale e di società attiva, dando una direzione al Paese attraverso riforme costituzionali che resteranno e che garantiranno cambiamenti permanenti nel modo di governare la nazione in futuro: una prospettiva di lungo periodo, una chiave di lettura che unisce diritti a doveri, opportunità a responsabilità, Keynes ad Hayek e Rawls a Giddens. Variazione, questa, che ne è anche il grande limite: sotto l’ombrello dell’umanitarismo Bill Clinton si creò un alone difensivo che lo protesse da qualsiasi critica in campo strategico, anche quando con un’impostazione nuova e fallimentare distrusse ciò che Ronald Reagan aveva creato riattivando la fiducia del popolo americano, sia attraverso il miracolo Sylicon Valley che attraverso scelte drastiche come il licenziamento in tronco di 12 mila controllori di volo che stavano paralizzando il paese. Ovvero abbandonò l’economia di produzione e diede il via all’economia di cartapesta, la new economy delle bolle speculative e delle crisi finanziarie: la Terza Via blairiana era questo ammantato di umanitarismo sociologico e ispirazione tardo-dickensiana alla “fair-for-all society”.
Per vincere il terzo mandato, però, ha invocato libero mercato, ordine, sicurezza: si è “fatto” Thatcher, insomma, perché nessuno come lei ha saputo determinare le scelte del proprio tempo e di quello a seguire.

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