Perseverare è francese
Parigi. Lo scorso settembre il ministro dell’Industria, François Loos, rendeva pubblico un decreto del governo il cui scopo dichiarato è la protezione da una eventuale presa di controllo esterna delle aziende francesi che operano in alcuni settori considerati strategici. La lista comprende i casinò, le attività che hanno a che vedere con la sicurezza, le biotecnologie, la produzione di antidoti, il materiale d’intercettazione delle comunicazioni, la sicurezza dei sistemi informatici, le tecnologie civili che possono avere un’utilizzazione militare, la criptologia, i mercati secret-défense e dell’armamento. Questo sussulto di «patriottismo economico», come è stato pudicamente definito dal primo ministro Dominique de Villepin, segue di poche settimane quella che si è rivelata un’Opa (offerta pubblica d’acquisto) immaginaria di Pepsi-Cola sul gruppo francese Danone (agroalimentare), che ha provocato una mobilitazione generale, a destra e a sinistra, per difendere il “campione nazionale”. Peccato che sia uno specchietto per le allodole, quella lista dei settori strategici da proteggere presentata dal governo. In realtà, negli ultimi anni la Francia ha dimostrato di considerare come strategici praticamente tutti i settori della sua industria. L’ultimo episodio ci riguarda da vicino, perché il governo francese ha di fatto operato per impedire che avesse una qualche possibilità di successo l’annunciata Opa dell’italiana Enel sul gruppo privato francese Suez (energia, trasporti e trattamento delle acque), nonostante i francesi avessero assicurato al nostro governo che all’ingresso nel mercato italiano della francese Electricité de France (Edf) sarebbe corrisposta un’apertura del mercato francese dell’energia alle nostre aziende. Parole vuote, come i fatti dimostrano. Ma quello che riguarda l’Enel non è che l’ultimo episodio di una lunga serie, che dimostra quanto il protezionismo francese e la mancanza di reciprocità siano delle costanti di quello che è un vero e proprio “metodo francese” di chiusura del mercato interno.
ORA Italia, PRIMA India e Germania
Per capire come funziona, oltre all’accenno alle disavventure di Enel e Danone, ecco qui di seguito altri episodi significativi. Il settore della siderurgia, come quello dell’energia, non fa parte dei settori ufficialmente protetti. Questo non ha impedito al governo francese di opporsi, a fine gennaio, all’Opa del gruppo Mittal Steel (anglo-olandese), numero uno mondiale dell’acciaio, su Arcelor (franco-ispanico-lussemburghese). In questo caso il problema, per la Francia, è che Lakshmi Mittal – il presidente di Mittal Steel, che risiede a Londra da trent’anni e ha scelto l’Olanda come sede legale del suo gruppo – è indiano, e la reazione dei francesi contro Mittal Steel non è affatto piaciuta in quel grande mercato in espansione che è l’India. Kamal Nath, ministro del Commercio e dell’Industria del governo centrale indiano, ha così commentato il protezionismo francese contro Mittal Steel: «Quando Lafarge (gruppo francese del settore delle costruzioni, ndr) ha acquisito una buona parte dell’industria cementifera (indiana), il governo l’ha ben accolto». Un implicito e per il momento benevolo avvertimento ai francesi.
A questo va aggiunto che tra il 18 e il 20 febbraio Chirac era in India, dove avrebbe voluto concludere qualche contratto per le aziende francesi, soprattutto nel settore del nucleare civile, riuscendo però solo ad ottenere delle promesse. Data la situazione il governo francese potrebbe mettere la sordina all’abituale protezionismo che, in questo caso, potrebbe costare assai caro all’industria francese. In altri termini, vedremo nelle prossime settimane se anche all’indiano Lakshmi Mittal dovrà fare i conti con un principio del “metodo francese”, seguendo il quale le regole del libero mercato sono di una certa utilità solo quando permettono l’espansione delle aziende nazionali, magari sui mercati altrui.
TEDESCHI A MANI VUOTE
Lo sa bene l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, già grande amico di Chirac. Nel 2003 Alstom, azienda francese tra i leader mondiali nella produzione di energia (centrali elettriche e turbine) e in quello dei trasporti (treni, compreso il Tgv, tram e metrò), era in una situazione fallimentare nonostante un precedente sostegno economico dello Stato. La soluzione viene dall’azienda tedesca Siemens, che si dichiara pronta ad acquistare il gruppo francese. Nicolas Sarkozy, ministro dell’Economia, si mette allora di traverso e trova nelle disastrate casse dello Stato 300 milioni di euro per salvare di nuovo Alstom promettendo a Mario Monti, commissario europeo alla Concorrenza, che non si tratta di un finanziamento a fondo perso, distorsivo della concorrenza, ma solamente di un prestito che l’azienda dovrà rimborsare. Purtroppo per Siemens e per i tedeschi Mario Monti ci crede e acconsente. Ma per il Financial Times Deutschland Schroeder avrebbe definito come «estremamente nazionalista» il comportamento di Sarkozy, sospettato dal cancelliere tedesco di essersi messo d’accordo con Patrick Kron, presidente di Alstom, spinto a rifiutare l’offerta di Siemens.
Storia quasi identica l’anno dopo. Nella primavera del 2004 infatti la svizzera Novartis (farmaceutici) fa sapere di voler acquisire la franco-tedesca Aventis, ma il governo francese non ne vuole sapere e manovra per una fusione tra Aventis e la francese Sanofi-Synthélabo. Risultato, Novartis lascia perdere e nell’azionariato del nuovo gruppo, Sanofi-Aventis, i tedeschi si ritrovano ai margini e i francesi ai comandi. Questa volta Schroeder s’arrabbia con Chirac ricordando che nei rapporti tra le imprese i governi sono «tenuti alla neutralità». Il quotidiano berlinese Die Welt sintetizza la rabbia dei tedeschi in un titolo: “Quello che è buono per la Francia è un giorno di lutto per l’Europa”. Daniel Vasella, presidente del gruppo Novartis, dichiara a Le Monde che «il peso dell’intervento politico ha modificato gli avvenimenti». Tra i commenti, sintetico e efficace quello della Tribune de Genève: «È decisamente più forte di loro. I nostri amici francesi non possono fare a meno d’intervenire, a danno delle regole del mercato». La Commissione europea non fa una piega, forse considerando che formalmente sono state rispettate le regole, i francesi essendosi limitati ad organizzare nei locali del ministero dell’Economia un incontro tra i presidenti di Aventis, Igor Landau, e di Sanofi, Jean-François Dehecq, e magari suggerito alle banche di sostenere l’operazione.
E LA RECIPROCITà?
Un po’ come sta succedendo oggi per l’Enel, che improvvisamente deve fare i conti con una probabile fusione, pilotata dal governo, tra l’azienda privata Suez e Gaz de France (pubblica all’80 per cento). Anche in questo caso, come negli episodi descritti più sopra, il governo francese simula neutralità, per evitare una reazione della Commissione europea. Di fronte a questa situazione, con una Francia che non sa che farsene del principio di reciprocità, appare evidente la necessità di trovare delle misure di ritorsione drastiche, se possibile in accordo con altri paesi europei come la Germania, che ben conoscono il “metodo francese”.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!