Cadendo s’impara
Olimpiadi della neve. «Giò vuoi fare il pattinatore?». «Eh già, così cado e tutti ridono di me!». Il commento del pargolo di quattr’anni mi provoca. Mio caro Giò non vorrai diventarmi come quegli atleti perdenti, no, non quelli che perdono, ma quelli che dopo una caduta se ne vanno, o fanno “il gestaccio” ai giudici. A noi gente comune non piacciono. Non è in questi momenti di imprevisto che viene fuori la tempra, ciò di cui siamo fatti? Non so per quale associazione di idee mi viene in mente la “corte dei miracoli” di Prodi, diversi che invece di rimboccarsi le maniche, ovvero lavorare, sono sempre pronti a lamentarsi, non vorrai diventarmi come loro, che “se ne vanno” dai luoghi dove si lotta e sono sempre in piazza? Per fortuna nella tua scuola non ti rovineranno da subito tenendoti lezioni sul doping, ma ti faranno amare lo sport, e ti rialzerai quando tutti rideranno o piangeranno di te, e sarai come la cinesina che cade rovinosamente ma poi riparte, e i pattinatori italiani che hanno lottato fino alla fine, e i nostri fondisti e tutti quegli atleti che sventolavano le bandiere, mentre i “sempre in piazza” le bruciavano.
Ma queste belle immagini vengono interrotte dal commento dell’adolescente di casa, dal criterio altamente tecnico che ha determinato la sua visione delle Olimpiadi: «Quello si che è un figo!».
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