L’Irak fra estremisti e ricattatori
«L’Europa deve tornare alla religiosità, altrimenti per lei è finita. Per resistere all’integralismo che avanza l’Europa deve essere più religiosa, deve tornare ai valori cristiani e a quelli della famiglia: fare più figli ed educarli. Altrimenti il campo è aperto davanti a ‘loro’». Mons. Louis Sako, vescovo caldeo di Kirkuk, è appena tornato in diocesi da un viaggio a Roma per partecipare ad un colloquio ecumenico organizzato dalla fondazione austriaca Pro Oriente, e prima di rispondere alle nostre domande sulla crisi irachena ci tiene a dimostrare che le sue preoccupazioni pastorali abbracciano il mondo, cominciando da quella che secondo lui è la regione più afflitta da crisi di identità. «Certe cose a me non sembrano proprio normali», riflette ad alta voce. «I governi occidentali, Italia compresa, hanno detto che sono pronti a ricostruire le chiese e le moschee distrutte in Nigeria durante le proteste contro le vignette su Maometto. Ma nessuno si è impegnato per le chiese attaccate in Irak: non le sembra un po’ strano? Sembra che i cristiani dell’Irak non abbiano nessuna importanza. Non è questione di soldi: sarebbe bastato un sostegno morale, un segnale che diceva che i cristiani iracheni stanno a cuore all’Europa». Poi accetta di commentare i recenti avvenimenti iracheni.
Monsignor Sako, una guerra civile fra sunniti e sciiti è imminente?
Non penso, perché gli iracheni sono coscienti che comporterebbe la distruzione del paese. Forse ci sono altri che vogliono sfruttare questo effetto. C’è qualcuno dietro a tutto questo gioco: la crisi delle vignette, gli attacchi alle chiese, gli attentati contro gli sciiti e la reazione ai danni dei sunniti. Ma una guerra civile totale in Irak tendo ad escluderla: tutti sanno che sarebbe la fine del paese.
Samarra, le autobomba, gli operai sciiti massacrati venerdì scorso: secondo lei chi è che compie questi attentati?
Veramente non lo so, ma la gente parla di una forza straniera collegata ad una forza irachena (il gruppo di Al Zarkawi e gli ex del partito Baath, ndr) che ha per obiettivo di appiccare l’incendio di un conflitto confessionale. Sta di fatto che finora nessuno ha rivendicato questi attentati.
Nemmeno gli attentati di gennaio contro le chiese sono mai stati rivendicati.
è vero, neppure gli attentati contro le nostre chiese. Personalmente ritengo che ci siano troppe persone in giro per il mondo interessate ad accreditare, per opposte ragioni, l’equazione islam uguale violenza. I musulmani dovevano reagire in maniera più civilizzata; il modo in cui hanno reagito, attaccando gente e chiese in Irak, Libano, Nigeria, Pakistan, Indonesia, non è intelligente: ha fatto più male all’islam questo che non le vignette.
C’è un collegamento fra gli attentati e il ritardo nella formazione del governo iracheno dopo le elezioni di dicembre?
Sì, c’è senz’altro. I sunniti hanno deciso di entrare nel gioco politico, e questo ha reso più furibonda la lotta per i posti di comando: ogni gruppo vuole accedere ai ministeri chiave, che sono quelli della difesa, dell’interno e del petrolio. Questa è una ragione importante delle tensioni attuali.
Nella stampa internazionale si fa notare che l’influenza dell’Iran nelle vicende dell’Irak sta crescendo troppo. Voi che siete sul posto cosa pensate?
Qui nel nord non notiamo grandi infiltrazioni, ma di questo fatto in Irak si parla molto. La frontiera orientale è praticamente aperta. Chi viene dal sud dice che ci sono molti iraniani in Irak alla periferia di Kerbala, Najaf, Bassora. Ma come si può verificare? Oggi tutto è possibile, perché la situazione dell’ordine pubblico resta caotica.
Ma l’influenza iraniana raggiunge veramente i massimi vertici politici del paese?
Dipende di quali vertici parliamo. Nessuno oggi è indipendente. Tutti dipendono o dai vicini, o dalle forze della coalizione, o da altri ancora. È molto difficile essere indipendenti in Irak, di questi tempi.
Che condizioni servono per poter parlare di autentica indipendenza?
L’Irak ha bisogno di tutto, non ha la possibilità di essere uno stato normale. Ci vogliono soldi, armamenti, risorse tecniche per formare l’esercito, per promuovere l’economia, per gestire le istituzioni. Ogni gruppo iracheno è dipendente da un altro gruppo o da un partito o da una forza internazionale o regionale. La situazione irachena è diventata molto complicata. Tutto è mescolato: il religioso, il politico, il tribale, il nazionalistico.
Dopo gli attacchi di fine gennaio è migliorata la sicurezza dei cristiani?
No, siamo insicuri perché tutto l’Irak è insicuro. Bisogna essere prudenti e dialogare con tutti, perché regna una grande incertezza. L’Irak è diventato il santuario mondiale dell’estremismo islamico, una realtà straniera, non naturale agli iracheni. Ma adesso la vediamo aumentare fra noi. Io arrivo da Amman, Giordania, e lì pochi giorni fa un gruppo di terroristi iracheni, libici e sauditi è stato accusato di voler distruggere un’importante installazione. Mai si era sentito parlare di terroristi integralisti iracheni operanti all’estero.
I cristiani continuano a chiedere che la Costituzione venga modificata?
Sì. perché altrimenti i cristiani saranno marginalizzati. Ma prima dobbiamo fare unità fra di noi, le diverse chiese devono avvicinarsi fra loro per esercitare una maggiore influenza. Adesso abbiamo solo tre cristiani nell’assemblea nazionale, di cui due nella lista dei curdi, mentre potevamo avere da 7 a 10 rappresentanti. Non è andata così perché siamo divisi, perché non c’è un leader che è capace di riunire tutti i cristiani sotto un solo nome, il nome dei cristiani. Adesso i sunniti e gli sciiti si presentano così, non si presentano come arabi. Da noi invece assiri, caldei, armeni, ecc. tutti i cristiani si presentano solo per rappresentare il proprio singolo gruppo: questo è un peccato. Invece di fare una lista unica ci siamo presentati in ordine sparso, e così anziché 10 membri ne abbiamo avuto solo uno.
Quando il nuovo governo entrerà in carica ci sarà più sicurezza?
Sì, perché non sarà più un governo di transizione, ma governerà per quattro anni, e questo aumenterà la sua autorevolezza. Potrà lavorare per la sicurezza con l’aiuto di tutti. L’entrata dei sunniti nel governo è un fattore positivo per la sicurezza.
A Roma ha potuto rendere visita al Papa?
Sì, sono stato ricevuto in udienza insieme a tutti gli altri partecipanti al convegno. Benedetto XVI ci ha ricevuti e ho potuto scambiare qualche parola con lui. Mi ha incoraggiato personalmente, mi ha detto: «Io prego per l’Irak, prego per Kirkuk». Lui ricorda bene quello che è successo da noi, le due chiese attaccate e il chierichetto di 14 anni che è morto. Il Santo Padre ci è più vicino di tutti.
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