Vecchi slogan per i niovi terroristi con cui dobbiamo trattare

Di Reibman Yasha
09 Marzo 2006

L’ammirazione per la decisione sharoniana di lasciare Gaza – costata profonde divisione nel governo, nella società, nei partiti israeliani – sta finendo e nei media stanno apparendo ben altri sentimenti. Vecchie e nuove parole d’ordine stanno avendo la meglio.
Gaza non è un territorio nelle mani dei dirigenti palestinesi di cui valutare serietà e coerenza nel perseguire il bene per il proprio popolo e la volontà di costruire la pace con Israele. No, è “una prigione a cielo aperto”. La recente vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi è da attribuirsi alle colpe degli israeliani, mentre nello stesso tempo viene riconosciuta credibilità al movimento terrorista, “con cui dobbiamo trattare”. La barriera di protezione che ha ridotto del 95 per cento gli attentati palestinesi è il “muro”. Il leader in alternativa a Hamas è Barghouti. L’uomo è in prigione con cinque ergastoli alle spalle, ma nonostante questo va chiamato il “Mandela palestinese”, un’espressione che neanche troppo implicitamente richiama l’accusa a Israele di essere uno stato razzista. La compagnia e la simpatia per gruppi che esplicitamente hanno l’obiettivo di distruggere Israele, cacciare in mare gli “ebrei, scimmie e maiali”, è naturalmente espressione della critica alle azioni del governo israeliano e mai, nemmeno inconsapevolmente, un contributo al diffondersi dell’antisemitismo.
Ali Rashid è il candidato di un partito che vuole definirsi “nonviolento” e i rabbini da domani saranno i testimonial di una campagna per il prosciutto.

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