Come ti monto un film da Oscar

Di Sorbi Mattia
16 Marzo 2006
castigato secondo la stampa, sopravvalutato secondo il pubblico, il grande deluso degli Academy award ha un solo vantaggio: essere gay

New York. Era il 1992 quando, a sorpresa, l’Academy premiava con un Oscar una pellicola con contenuto omosessuale, “La moglie del soldato”. Il film incassò negli Stati Uniti solo 62,5 milioni di dollari, tuttavia ormai la cosiddetta cultura gay era partita alla conquista della ribalta. Nel 1993 il successo toccò a “Philadelphia”: due Oscar e un incasso di 77 milioni di dollari. E solo tre anni più tardi “Piume di Struzzo” dimostrava che mettere in discussione la famiglia naturale era già diventata un’attività ben remunerativa: 124 milioni di dollari (più l’immancabile nomination).
Il movimento lesbo, gay, bisex e transessuale (Lgbt) in America è organizzato da tempo. Da vent’anni nel centro di Washington D.C. sventola la bandiera della Human Rights Campaign, una delle più potenti lobby statunitensi, che raccoglie ogni anno più di 5 milioni di dollari per far valere gli interessi Lgbt davanti alla politica. Ma anche al cinema, visto che il presidente Joe Salmonese vede nei media importanti strumenti di promozione della cultura omosessuale.
Il comitato che assegna gli Oscar è costituito dai membri votanti dell’Academy, oltre 5.800 professionisti del cinema e della comunicazione, tutti altamente qualificati. «Ogni membro riceve un copione dei film dell’anno, anche se la pratica è stata fortemente contestata per problemi di privacy», spiega a Tempi Bryant Delanoe, collaboratore del Film festival di Austin, Texas. «Su questa base, oltreché sul film stesso, i membri dell’Academy esprimono la propria preferenza, che viene affidata alla PricewaterhouseCoopers. La società poi indice un ballottaggio, dal quale escono le nomination agli Oscar. A questo punto i membri votanti dell’Academy sono chiamati a esprimersi nuovamente, ma solo sui film selezionati». Il tutto accompagnato da clamorose quanto controverse campagne di “persuasione” nei confronti dei grandi elettori di pellicole: «Party mozzafiato, cene superlusso e pressioni varie, esercitate dalle potentissime major ma anche dalle lobby». Ed è appunto a questo livello che agisce il gruppo di Salmonese.
«Hollywood – conferma a Tempi Phillip Linson, dirigente dell’American Film Institute di Los Angeles – è solo l’altra faccia della medaglia della politica americana, nel bene e nel male. I poteri in campo sono quelli delle società di marketing e dei giornali, in grado di pilotare l’attenzione del grande pubblico. Ma anche la stessa Academy ha un ruolo fondamentale: può valorizzare film che il pubblico invece non premia al botteghino, letteralmente imponendoli». È il caso, quest’anno, dei “Segreti di Brokeback Mountain”, il film di Ang Lee sulla relazione gay fra due cowboy, che pur avendo incassato negli Usa poco più di 70 milioni di dollari ha ottenuto ben 8 nomination, quanto il “King Kong” di Peter Jackson, che però in ricavi ha superato i 215 milioni di dollari. In effetti, la 78esima edizione degli Oscar, ha notato il New York Sun, è stata influenzata da giudizi “extracinematografici” (per non dire politici) ben più delle passate edizioni, e l’Academy ha letteralmente ignorato le preferenze del pubblico. Era dal 2000 che le 5 nomination a miglior film superavano insieme i 600 milioni di dollari di incasso. Quelle di quest’anno a stento raggiungevano i 200.
Naturalmente il supporto delle lobby gay (specialmente quelle di New York, coordinate dall’Empire Pride Agenda e dalla Stonewall Foundation) è stato decisivo per il successo di “Brokeback”, ed è culminato poche settimane prima della notte degli Oscar, l’11 febbraio, quando la Human Rights Campaign ha organizzato una grande serata di gala per omaggiare il film con i propri premi, alla presenza del senatore dello Stato di New York, Charles Schumer. Nonostante tutto questo, però, in America cresce il numero dei critici che ritengono “Brokeback” un film sopravvalutato: tre Oscar paiono troppi, sebbene fra le statuette che ha portato a casa non ci sia quella – auspicata a gran voce dalla stampa liberal – di miglior film.

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