Gustare parole che sanno di cose
Paolo Campoccia è innamorato delle parole (chiedere conferma alle maestre che hanno partecipato in questi anni ai suoi corsi sulla scrittura: una meraviglia, la riscoperta del gusto – e delle tecniche – di una comunicazione tesa a restituire la profondità, le sfumature delle cose). Innamorato delle parole perché innamorato delle cose (si perdoni la ripetizione; ma l’umile vocabolo “cosa” porta tutto il peso della res, la più nobile “realtà”). E perché è innamorato delle cose le rimira con sguardo limpido, ne scova risvolti e rimandi imprevisti; e restituisce le scoperte in parole. Gioca con le parole, le rimescola, le impasta; le dispone in versi che si fanno immagini impreviste, echi, musica (musica, soprattutto: il ritmo, la melodia sono la cifra delle poesie di Paolo Campoccia: viene spontaneo recitarle, assaporarne le scansioni, le pause, gli accenti). Diventano musica l’angelo che porta l’annuncio in bicicletta «su fragili spessi/ raggi arrugginiti, scampanellando/ invisibile», la moglie amata, le atmosfere consuete trasfigurate in domanda («Chi sperare in questo tempo/ di nebbia?»). Al fondo, un sentimento incrollabile dell’unità del mondo: «Senti tutto il cuore andare/ in terra dove le cose/ comunicano con le stelle».
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