Morte di Ilan, ebreo di banlieu
La mattina del 13 febbraio nei pressi della stazione ferroviaria di Sainte-Geneviève-des-Bois, a sud di Parigi, la polizia scopre un giovane agonizzante, nudo e ammanettato, il corpo coperto di ferite e bruciature. Si tratta di Ilan Halimi, commesso in un negozio di telefonia, rapito tre settimane prima da una banda di balordi che ha cercato di ottenere un riscatto dalla sua famiglia. Il giorno dopo una delle ragazze della banda si reca dalla polizia e rende la sua confessione. Le forze dell’ordine, che avevano dato inutilmente la caccia ai rapitori per 24 giorni, in poco tempo arrestano 13 persone, fra le quali il capo della gang, il franco-ivoriano Youssouf Fofana, che era fuggito ad Abidjan. Emergono i primi particolari che fanno pensare ad un crimine non esclusivamente riconducibile a scopi di lucro: la gang già in passato aveva cercato di rapire ebrei facendoli adescare da ragazze, convinta di poter estorcere cifre importanti ad una comunità ritenuta benestante e molto solidale. In casa di uno degli arrestati vengono trovate prescrizioni salafite scaricate da internet e un volantino di un ente di assistenza umanitaria al popolo palestinese affiliato ad Hamas. Viene resa nota la circostanza che durante alcune telefonate dei ricattatori in sottofondo si udivano la lettura ad alta voce di versi del Corano e le grida di dolore dell’ostaggio torturato. Il 21 febbraio il ministro degli Interni, Nicholas Sarkozy, parla di «antisemitismo per amalgama»; il 26 febbraio si svolge un’imponente manifestazione delle associazioni antirazziste e degli ebrei francesi. Il 5 marzo il giudice istruttore ammette fra le circostanze aggravanti del delitto l’antisemitismo. Dalle manifestazioni e dalla denuncia delle connotazioni antisemite dell’affare Halimi si dissocia il Mrap, Movimento contro il razzismo e per l’amicizia fra i popoli, scivolato negli ultimi anni su posizioni vicine all’islamismo militante. Intanto i responsabili dell’omicidio dichiarano di non avere nulla a che fare con l’antisemitismo.
La vittima
Ilan Halimi, 23 anni, commesso in un negozio di telefonia nell’XI arrondissement di Parigi, residente nel XII arrondissement, condizioni socio-economiche modeste, ebreo. Viene rapito la notte del 21 gennaio, quando si reca all’appuntamento con una giovane cliente. La ragazza era stata incaricata dalla banda dei rapitori di attirarlo in una trappola fingendo di voler avere un flirt con lui.
Il capobanda
Youssouf Fofana, 26 anni, francese di origine ivoriana, pregiudicato (ha scontato quattro anni di prigione per furto a mano armata), autoproclamato “brain of the Barbarians”, cioè capo della gang dei Barbari di Bagneux.
Jérome Ribeiro, complice: «Youssouf Fofana fa paura, tanta paura. Qui nel quartiere lo sanno tutti che non bisogna provarci a fotterlo, altrimenti sono guai per tutti noi».
Bakary Fofana, padre di Youssouf: «Mio figlio è molto credente, fa la preghiera cinque volte al giorno, va tutti i giorni alla moschea di Bagneux. Non penso che adesso sia diventato integralista o che l’abbiano strumentalizzato».
Yalda, esca del rapimento: «Per strada Youssouf mi indicava parecchi negozi dicendo che erano proprietà di ebrei. Mi ha spiegato che sapeva questo perché nella giornata di un’importante festività ebraica aveva fatto un sopralluogo e aveva censito tutti i negozi chiusi quel giorno».
Il movente
Jérome Ribeiro: «Yossouf mi ha chiesto se volevo guadagnarmi un sacco di soldi, ed io ho risposto di sì. Mi ha spiegato che bastava fare la guardia ad un uomo per tre giorni».
Youssouf Fofana: «Abbiamo mirato alla comunità ebraica perché, secondo noi, sono loro che hanno i quattrini. La comunità ebraica è ricca e molto solidale. Un riscatto poteva facilmente essere pagato perché la gente di questa diaspora è in grado di raccogliere grosse somme».
Emma S., donna della banda: «Secondo lui (Youssouf, ndr) gli ebrei erano i re, perché si abbuffavano coi soldi dello Stato, invece lui, essendo nero, era considerato come uno schiavo dallo Stato».
Yalda: «Fofana mi ha detto che mi avrebbe portata in un quartiere ebraico e che avrei dovuto prendere i numeri di cellulare di ebrei che lavoravano nella telefonia. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto che voleva prendere in ostaggio un ebreo per farsi dare del denaro, perché gli ebrei sono solidali fra loro e avrebbero pagato».
Il martirio
Cedric Birot Saint-Yves, carceriere: «Sin dal primo giorno ho potuto constatare che l’ostaggio presentava tracce di bruciature da mozzicone sui fianchi e sulla schiena».
Guiri Ossivo N’Gazi, complice, dopo aver assistito allo spegnimento di una sigaretta sulla fronte di Ilan: «Ho chiesto a Jérome perché Zigo aveva fatto quella cosa, e Jérome mi ha risposto che Zigo l’aveva fatto perché la vittima era un ebreo e lui non amava gli ebrei».
Jean-Christophe G., carceriere: «Halimi ha cominciato a chiedere sigarette troppo spesso. Tutti e quattro, Nabil, Yahia, Jérome ed io, gli abbiamo mollato dei ceffoni quando gemeva per avere delle sigarette. Mi è anche capitato di dargli dei piccoli colpi con la scopa sulle gambe, sulle natiche e sui polpacci»
Nidra Poller, The Wall Street Journal: «Lo zio di Ilan Rafi Halimi ha detto ai reporter che la gang ha telefonato alla famiglia varie volte facendo loro ascoltare la recitazione di versi del Corano, mentre in sottofondo si udivano le urla di Ilan torturato».
Fabrice Polygone, sentinella, dopo un tentativo di estorcere informazioni al prigioniero: «L’ho trovato con la schiena al muro, le gambe un po’ piegate verso il torace. Aveva addosso solo l’accappatoio. Ho visto perfettamente dei graffi sul lato sinistro del torace o tracce di sfregamento, un po’ dappertutto sulle costole, il collo e il petto. Non sanguinava».
Samir Ait Abdelmalek, complice e confidente di Youssouf: «Mi hanno chiesto di portare un taglierino insieme alla macchina fotografica per fargli una foto. Ho avuto paura, non avevo voglia di farlo e mi chiedevo: “Che cosa vogliono fargli?”. Alla fine ho preso la macchina fotografica e il taglierino e sono andato alla cantina. pensavo ancora di poter atttenuare le sevizie fatte al ragazzo. (.) Era avvolto in due piumini bianchi senza fodera. Il viso era tutto ricoperto di scotch tranne la parte inferiore del naso e le orecchie, che restavano visibili. Non ho parlato con lui, ma aveva un’aria esausta, appariva sfinito».
Nabil Moustafa, carceriere, poco prima del trasferimento di Halimi: «Quando ho sollevato la coperta, ho visto macchie di sangue sul suo pigiama con dei buchi, a livello delle gambe e della pancia. Quando l’abbiamo svestito, ho visto delle macchie rosse sulla pancia: assomigliavano a bruciature».
L’assassinio
Samir Ait Abdelmalek: «Quando Youssuf è tornato all’auto dove l’aveva lasciato, Ilan era riuscito a togliersi il bendaggio dagli occhi. Youssouf ha visto Ilan che lo guardava dritto negli occhi e subito gli ha inflitto una coltellata alla gola in direzione della carotide, poi un altro colpo dall’altra parte della gola. Quindi ha cercato di tagliargli la parte inferiore della nuca. Infine gli ha inferto un’ultima coltellata in un fianco. Certamente è tornato sul posto con una tanica di benzina, perché mi ha detto che aveva utilizzato un bidone per cospargere Ilan di combustibile e che poi gli aveva dato fuoco».
Youssouf Fofana, negando di essere il responsabile della morte di Ilan e attribuendola a due personaggi non identificati: «Ho saputo che Crim e il suo amico si sono recati a Sainte-Geneviève-des-Bois, che hanno deposto il corpo in un piccolo bosco e che hanno versato dell’acido su tutto il corpo, gli hanno dato fuoco e si è formata una palla di fuoco».
Il responso dell’autopsia: «Decesso dovuto ad estese bruciature associate a ferite cervicali provocate da un’arma bianca».
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