Prima di sostenere l’equivicinanza bisogna parlare di libertà
Scrivo mentre sono in corso le elezioni politiche in Israele e poche settimane dopo quelle dell’Autorità Nazionale Palestinese. “Elezioni” però non è sinonimo di “democrazia”. Se a Gerusalemme i quotidiani fanno le pulci alle scelte dei politici, a Ramallah il libero scambio delle opinioni è ancora un esercizio riservato a pochi coraggiosi. Gli israeliani hanno preso atto del fallimento degli accordi di Oslo, traditi da Yasser Arafat. Alla Knesset, la maggioranza guidata da Kadima, il partito costruito da Ariel Sharon, ha l’obiettivo di definire unilateralmente i confini di Israele e aiutare la nascita del futuro Stato palestinese. Alla Mukata invece comanda Hamas con il fine dichiarato di distruggere lo Stato ebraico, anche se dopo una “lunga tregua”. Il presidente Abu Mazen appare sempre più isolato, utile solo a dare una faccia presentabile all’Anp e a garantirne la legalità per le anime belle, che poi siamo noi. L’Unione Europea ha prelevato dalle nostre tasse milioni di euro per regalarli alla dittatura di Arafat senza chiedere nulla in cambio.
Gli anni di “equivicinanza” alla democrazia israeliana e al regime palestinese hanno avuto come obiettivo la “pace” e non la conquista di diritti e libertà per i palestinesi. Che gli abitanti di Gaza vivessero in democrazia o dittatura sembrava secondario. È stato questo storico disinteresse a illuderci oggi che le urne fossero sufficienti per trasformare la Mukata in Westminster e che ottenere la pace fosse interesse di una dittatura.
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