E’ giornalismo. Quello di Mieli&co.
Per favore, non parlateci più del giornalismo quarto potere, cane da guardia del diritto dei cittadini alla trasparenza degli atti pubblici; non innervositeci con discorsi sulla deontologia professionale, il lettore unico padrone e interlocutore del giornalista, la passione per la verità. La recente assegnazione del premio “È giornalismo” a Francesco Giavazzi è la prova definitiva che i primi a non credere nell’alto magistero civico della stampa sono proprio i suoi autonominati sacerdoti, che i primi a strumentalizzare la professione a obiettivi che con l’ideale giornalistico non c’entrano sono proprio loro: i grandi vecchi e le grandi firme di Corriere della Sera, Repubblica e affini.
Non ci riferiamo al fatto che in nove delle undici edizioni sin qui svolte del premio giornalistico fondato da Indro Montanelli, Enzo Biagi e Giorgio Bocca sono risultati vincitori giornalisti e collaboratori del Corriere della Sera, della Stampa o del gruppo L’Espresso-Repubblica. Non ci riferiamo nemmeno al pedigree rigorosamente anti-berlusconiano che deve vantare qualunque aspirante candidato alla vittoria. Qui il problema è un altro: Francesco Giavazzi, insigne accademico, economista di fama, commentatore della prima pagina del Corriere che ha saputo tenere insieme nei suoi editoriali il più sfrenato liberismo ed il più evidente dissenso nei confronti del governo di centrodestra, “Non è giornalismo”. È un’altra cosa. È l’Opa lanciata da un sistema finanziario-massmediatico-imprenditoriale, cui sono organiche le grandi penne che abusano della fiducia dei lettori, sull’ipotetico governo del centrosinistra. Giavazzi non è celebrato per meriti giornalistici, ma per condizionare in una certa direzione la formazione dell’eventuale esecutivo di Romano Prodi. I lettori devono solo far platea e applaudire le manovre di direttori e vicedirettori di giornali che si credono elettori del re. Basta, per favore.
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