Il disimpegno in nome del reale

“Disimpegnata”. Così potrei chiamare questa mia campagna elettorale. Non ho convinto i riottosi, ai colleghi di lavoro che mi dicevano “mi astengo” ho sorriso disincantato. Ma cosa dovevo dire? Certo ho votato Bertinotti. Ho votato l’Unione perché c’era Bertinotti. Ho votato per l’estetica del linguaggio, per la poesia delle immagini, per la dialettica raffinata. Sì lo confesso, ho votato Prc per la gestualità, la citazione, la moderazione salottiere, la borghesizzazione proletaria dell’abbigliamento del Comandante. Ma come facevo a spiegare ad un “tessile” che era giusto votare Prodi? Io volevo parlare della “questione ebraica” di Karl Marx, del Prof. Joseph Ratzinger e della sua prima Enciclica. Io volevo scavare sino alla radice il concetto di “desiderio”, il “Rischio educativo”, il significato di “femminismo” e l’ossimoro della modernità, del nichilismo e della proprietà. Mi hanno rimbrottato: “Anche adesso? Anche oggi che abbiamo vinto non scendi in piazza?”. Non sono sceso in piazza. Ma cosa dovevo sventolare (tutt’al più una telefonata a Fausto, “congratulazioni, Comandante”). Ma cosa dovrei dire ai compagni in preda ad un orgasmo collettivo e massificato? Detesto l’amore di gruppo! Cedo al fascino del rapporto a due. Cedo al fascino delle parole di Giuliano Ferrara che mi apre uno spiraglio per il pensiero, per la ragione, per la provocazione e per la sublime, somma, divina, eccelsa passione per la realtà. «Qualcosa si può fare nel profondo, di quello che in superficie è impossibile. Si può, ragionare delle cose dimenticate, nude come sono e non più infeltrite, ispessite, dalle circostanze politiche. Si può continuare a provocare il regime culturale, essere generosi con la realtà delle cose nascosta dal nome improprio delle cose, pensare tipograficamente questo presente facile, pieno di diritti, storto per ciò che conta sul serio».

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