C’è un’Opa sull’Italia (e l’Unione esulta)
Tira una brutta aria di sindrome del Britannia in questo inizio di primavera politica, in questa Italia che si affida di nuovo all’Unione. Proviamo a riepilogare per spiegarci meglio. Nel settembre ’92, quasi in contemporanea con la nomina di Giuliano Amato a premier, l’agenzia di rating Moody’s si accanì particolarmente contro l’Italia e, senza un motivo apparente, retrocesse i Bot italiani alla serie C della credibilità: perché? Che il dissesto dei conti pubblici fosse reale non serviva un genio per dirlo ma lo era anche due anni prima, nel 1990, quando l’agenzia di rating ci metteva ancora in serie A. Ma Moody’s non tardò a dare la sua versione: la sua valutazione negativa era motivata dalle non sufficienti garanzie italiane in fatto di privatizzazioni dei beni pubblici. Purtroppo finire sulla sua lista nera significa che gli speculatori internazionali si precipitano per disfarsi dei Buoni del Tesoro del paese unwilling. Così accadde. Per contrastare il crollo, l’Italia si comportò sciaguratamente di conseguenza: offrì tassi di interesse più alti sui suoi Bot al fine di ingolosire gli speculatori. Si sa, un rischio maggiore lo si affronta più volentieri a fronte di una prospettiva di maggior guadagno. Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca capo di Bankitalia, non perse tempo: ad ogni brutto voto di Moody’s aumentò i tassi dei Bot, ottenendo il risultato che ad ogni 1 per cento di aumento corrispondeva un esborso aggiuntivo di 17 mila miliardi di vecchie lire per i contribuenti italiani. Per “salvare la lira”, Ciampi spese 40 mila miliardi e nonostante questo sforzo la svalutazione della nostra moneta si attestò sul 30 per cento del valore. L’Italia finì fuori dallo Sme.
l’autogol di giuliano amato
Bisognava privatizzare, di corsa. E tutto. Lo chiedeva Moody’s, non si poteva scherzare. Prima del capitombolo finale della lira, Giuliano Amato non perse tempo e cominciò dalle basi: ovvero cercò consulenti e partner per far partire la “rivoluzione liberale”. E come consulenti il governo italiano scelse le tre maggiori banche d’affari di Wall Street: Goldman Sachs, Merrill Lynch, Salomon Brothers. Il trio delle meraviglie divenne consulente del governo italiano per le privatizzazioni: peccato che sotto questa veste molti speculatori internazionali vennero a conoscenza di informazioni riservate sulle imprese da privatizzare. In molti sapevano, in molti erano ingolositi da questi “bocconi” ma c’era un problema: come fare tombola, ovvero accaparrarsi le aziende senza pagarle per quello che era il loro reale valore? Una bella svalutazione della lira rispetto al dollaro sarebbe stata la benvenuta, soprattutto da parte di chi disponeva di tanti dollari per acquistare le aziende. Guarda caso, così accadde: si cominciò con Moody’s e si finì al largo di Civitavecchia, dove, il 2 giugno 1992 a bordo del panfilo Britannia, partito dal porto laziale e in navigazione lungo le coste della Sicilia, si svolse una riunione nel corso della quale i rappresentanti della Barclays Bank, della Warburg, della Merrill Lynch, della Salomon Brothers e della Goldman Sachs decisero con i rappresentanti del governo e alcuni banchieri la cessione dell’intero comparto agro-alimentare italiano. Fra gli italiani, erano presenti: Mario Draghi, direttore delegato del ministero del Tesoro; Riccardo Galli, dell’Iri; Giovanni Bazoli, dell’Ambroveneto; Antonio Pedone, del Crediop; Beniamino Andreatta; dirigenti dell’Eni, Agip, Mediobanca, Comit, Generali e Società Autostrade. Il giorno dopo, al Tg1, il giornalista Maurizio Losa annuncia che a Milano «ora, nell’inchiesta sulle tangenti, c’è anche il nome di Bettino Craxi».
la stampa liberal presta il fianco
E la stampa libera, democratica e antifascista, dov’era? Dormiva. Anzi, diciamo pure che la grande stampa prestava bellamente “il fianco al nemico”. Già, perché la grancassa mediatica giocò un ruolo fondamentale in quel periodo di colonizzazione che fu poi mascherata con l’incipiente cosiddetta “rivoluzione” di Mani Pulite. Nel luglio ’92, la Goldman Sachs annunciava che la lira era sopravvalutata e ne indicava in mille lire il rapporto con il marco tedesco (allora sulle 800 lire). Ad agitare il “rischio Italia” cominciò guarda caso il Financial Times, proprietà di Samuel Brittan, continuò l’Economist, proprietà di Evelyn De Rotschild e diede man forte il Washington Post (della Salomon Brothers e dei Lazard). Qui in Italia, l’allarme mediatico del trio anglo-americano fu amplificato a dismisura dai giornali di Agnelli, di De Benedetti e della Confindustria (che coincidenza, vero?). Complottismo? No, fatti accertati. Gli stessi che vedono da qualche settimana l’International Herald Tribune titolare “L’Europa è in vendita, Goldman compra”, il Financial Times parlare di “spirale argentina” per l’economia italiana, l’Economist lanciare un last warning al nostro paese parlando di riforme strutturali improrogabili, il Wall Street Journal parlare di “Don Coglioni” rivolgendosi al presidente del Consiglio in carica e soprattutto Goldman Sachs che consiglia ai propri clienti di abbandonare i titoli di Stato italiani – definiti “a rischio” – per investire in quelli tedeschi, un’operazione spacca-spread che non lascia troppo spazio all’interpretazione. Complottismo che si unisce a complottismo? No, fatti. Stranamente tutti accaduti a ridosso del voto, nell’arco di cinque giorni. «Tanto più che oggi – dice a Tempi Lodovico Festa, giornalista e autore del libro Guerra per banche – non c’è più una lira da svalutare per cercare di difendersi e soprattutto il capitalismo non ha più due baluardi, seppur contestabili in alcune scelte, come Enrico Cuccia e Gianni Agnelli: il sottobosco frastagliato, litigioso e troppo eterogeneo del nostro panorama finanziario e bancario quanto può reggere all’urto di una manovra finanziaria internazionale di questo genere? I nani sapranno trasformarsi in Davide contro Golia? Questo partendo da un presupposto che deve restare intangibile: Goldman Sachs fa benissimo a fare il suo lavoro, ne ha diritto e in un’economia di libero mercato non esistono protezionismi di sorta. Bisogna competere, non blindare (l’operazione Bnl insegna, visto che tra i contendenti italiani a godere sono stati i francesi)».
gli occhi su tim, banche e generali
Certo non c’è più molto da privatizzare, ma ci sono Tim e le banche che fanno gola a molti. Per non parlare di Generali, il centro nevralgico dell’intero sistema. Negli ultimi tempi Goldman Sachs, oltre a una “capatina” in Pirelli Cavi, ha tentato l’assalto a Sea e a Wind: un chiaro segnale, quasi un avvertimento più che una reale operazione finanziaria. Nessuno è preoccupato dal new deal della banca d’affari americana, passata dal ruolo di consulente a quello di acquirente internazionale di beni mobili e immobili? La corazzata a stelle e strisce ha già rilevato per 3,7 miliardi il 51 per cento delle proprietà immobiliari della catena tedesca Karstadt, ora le attenzioni si sono spostate sul maggiore operatore portuale britannico, la Associated British Ports (Abp), che la Goldman vorrebbe acquistare per circa 4 miliardi capitanando un consorzio con soci canadesi e di Singapore. Se un’economia forte come quella britannica, principale piazza finanziaria del vecchio continente, rischia il take-over da parte di grandi banche d’affari, cosa accadrà alla debole e divisa Italia? Siamo proprio sicuri che l’operazione in stile “Caimano” dei giornali della City e di Wall Street sia poi così amichevole? Non c’è aria di Opa ostile sul nostro paese? Pensaci sinistra, prima che sia davvero troppo tardi.
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