Tratteremo con Hamas? Mah. Intanto l’Europa una scelta l’ha fatta

Di Reibman Yasha
13 Aprile 2006

Il prossimo ministro degli Esteri troverà sul proprio tavolo diversi dossier. Tra questi un posto di rilievo spetta a Hamas. L’organizzazione terroristica islamista ha vinto le recenti elezioni palestinesi e ha sconfitto Fatah, il movimento di Arafat e Abu Mazen, interlocutori privilegiati per gli europei. Che fare ora? Bisogna dunque cominciare a parlare con Hamas? Il nuovo governo palestinese deve essere accettato dalla comunità internazionale? C’è chi dice “sì” e fa appello alla legittimità conquistata con il voto. C’è chi dice “sì” e ricorda il vecchio adagio “chi paga compra”, ovvero chi finanzia sta in realtà ottenendo il controllo di chi riceve il denaro. C’è chi dice “mai” perché Hamas ha le mani grondanti sangue. C’è chi dice “non ancora”: prima del dialogo Hamas deve rinunciare al terrorismo e riconoscere il diritto di Israele a esistere una volta per tutte e non solo temporaneamente con una “tregua” delle ostilità. È questa ad esempio la posizione di Israele e Stati Uniti.
Il prossimo responsabile della Farnesina terrà conto invece della tradizione europeista della coalizione di centrosinistra, storicamente “al traino” di Francia e Germania. Ma oggi l’Unione Europea ha, per molti inaspettatamente, deciso di sospendere i finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese. Se l’Italia aprisse o favorisse canali diplomatici con Hamas, non solo modificherebbe drammaticamente la politica che il nostro paese ha portato avanti negli ultimi anni, ma indebolirebbe anche la già malandata Unione Europea.

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