E l’omarino da sposare

Di Tempi
20 Aprile 2006

Floris inizia nel 1991, l’anno di quella tesi su Capitale e lavoro: dallo scontro alla cooperazione conflittuale? che gli valse il premio “Mondoperaio”, che gli valse una sostituzione di maternità all’Avanti!, che gli permise di vincere il concorso per frequentare la Scuola di Perugia, che gli valse il praticantato che gli permise di fare l’esame e diventare giornalista. Il Floris che si dava al training autogeno nei corridoi della Luiss («Mi convinsi da solo che non ce l’avrei mai fatta, perché all’epoca “entrare nel giro” era veramente difficile») è solo un vago ricordo. Nel 1995 diventa giornalista, e dopo i soliti «contrattini» (Gr Rai, Agi etc.), dopo capolavori come Ma che volete da noi («Un bel libro davvero, un libro che metteva in parallelo la letteratura italiana del 900 con la condizione femminile nel nostro paese»), dopo gli elogi a tutti i direttori incrociati, il surrogato pettinato di Santoro si ritrova a New York l’11 settembre 2001, per caso. 5 ore di sonno in 4 giorni e una cura anti-antrace furono il prezzo con cui Floris scippò un posticino nella memoria televisiva italiana. Oggi conduce Ballarò, e si è guadagnato le serenate di Max: «L’aspetto da bravo ragazzo, coi capelli sempre a posto, i vestiti giusti, gli occhiali alla Willem Dafoe in Mississippi Burning (.). Avercelo, ragazze, al fianco, un Floris coraggioso che si batte con tanto generoso ardore e che quando si incazza è ancora meglio». Già, avercelo, il puffo Quattrocchi per marito.

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