I brindisi di Berzicche – Diavolo d’una Pasqua
Caro Farfarello, caro Scarmiglione, ho ricevuto con molto piacere il vostro biglietto e vi ringrazio caldamente per l’interessamento. Non temete, mi sto riprendendo e tra poco sarò ancora tra voi. Come sapete, ho trascorso giorni duri, pesanti come macigni, che mi hanno costretto con le ginocchia piantate in mezzo al petto, alla stregua di uno che debba sostenere un solaio o un tetto. Ma temo non mi possiate comprendere: non vi siete domandati perché il Principale abbia concesso a voi una settimana di riposo e abbia mandato in missione solo me? Non lo nascondo: sono caduto in tentazione. Più di una volta sono stato sul punto di cedere, di consegnarmi, di lasciarmi andare. D’altra parte come Ulisse non sarebbe stato Ulisse se non si fosse esposto al canto delle sirene, mentre i suoi compagni erano protetti da tappi di cera, così io non sarei io se mi fosse stata risparmiata questa smania di vedere, di assistere, di esserci, anche solo per la soddisfazione di dire: no! In ogni caso il peggio è passato; penso, però, che il racconto delle prove subite possa giovarvi, anche se ormai sono trascorse quasi due settimane e gli uomini paiono andare avanti come se nulla fosse accaduto.
Giovedì, come un cane infastidito dall’incenso e dai canti, ho assistito al servizio dello Schiavo. Veniva voglia di avvicinarsi, mescolarsi agli uomini e dire: ‘Lava i piedi anche a me!’. Gonfio di compiacimento per l’umiliazione di Dio, per il trionfo su di Lui, servo, che ubbidisce al mio comando. Ma non era questo a muovere gli uomini: era il cuore, maledetto, a premere, a spingere, a uscire fuori da tutte le parti e gridare: ‘Amami! Inondami dell’acqua del tuo affetto per me, povero, mendicante, bisognoso di tutto!’. Maledetto cuore, infallibilmente spietato, indistruttibilmente vivo! Vorresti trascinare tutti ai piedi di un Uomo che si mette ai nostri piedi, per assaporare la tenerezza virile delle sue mani!?! No! No! Mille volte no! Ostinatamente, sono rimasto lì, mentre l’anima, dentro, latrava.
«Che cosa è che rende l’uomo immondo? È il rifiuto dell’amore, il non voler essere amato, il non amare. È la superbia che non vuole confessare e riconoscere che abbiamo bisogno di purificazione»*.
Superbo, certo, e maestoso come l’aquila che spicca il suo volo solitario e, dall’alto, fissa il mondo e i suoi abitanti, minuscoli come insetti, insignificanti come prede: questo sono io! Avrei voluto ululare lì, in faccia alla Chiesa, il mio ghigno di disprezzo: che razza di uomini siete? Inginocchiati come donnicciole, in mezzo a una folla di pezzenti in preda a un delirio collettivo! Dio, come è più dignitoso, intelligente, superiore sottrarsi a questa salvezza da quattro soldi! Diffidate del popolo, di questa stirpe inattaccabile di piccoli uomini, che instancabilmente ricominciano e ricominciano insieme, inspiegabilmente; «per quanto possa anche sembrare inutile»*.
Venerdì ho visto passare lo Sconfitto, l’Inchiodato. Ma quale sconfitto? Quale inchiodato? è lui che inchioda il mondo, finanche i tassisti di Brooklyn! «Dove siamo noi?»*. Dove sono io? Certo non dalla parte dell’aguzzino! Comunque la si pensi, un figlio strappato all’amore della madre, e così giovane, di questi tempi non ha giustificazione, non porta consenso. Meglio mostrarsi pensosi. Fingere di chiedersi: Quid est veritas? Come Pilato. Potrebbe funzionare, riducendo tutto a sentimento o, se volete, a pensiero. Quid est veritas? La tua idea contro la mia; la tua morale contro la mia; la tua opinione contro la mia. Nelle grandi ideologie gli uomini divengono simboli, e così li si può togliere di mezzo senza troppi scrupoli. Nelle piccole ideologie tutto è relativo: le donne sanno fin dal principio le intermittenze degli amanti. è questione di gusto, di momenti, di umore. Oppure di princìpi, che pure cambiano, e devono cambiare, con l’evolvere delle cose. Veritas mea, veritas tua, veritas sua etc. etc. Fa’ pure come vuoi; ma non impedire a me di vivere come voglio. Non faccio mica male a nessuno, io! Quest’Uomo che avanza, però, è un uomo: l’etica non perde sangue, non cade a terra sfinita.
«La ‘Via Crucis’ non è semplicemente una collezione delle cose oscure e tristi del mondo. Non è neppure un moralismo alla fine inefficiente. Non è un grido di protesta che non cambia niente. La ‘Via Crucis’ è la via della misericordia, e della misericordia che pone il limite al male»*.
Non si può nemmeno dire che osservarLo semplicemente passare, concederGli la libertà di fare quello che sta facendo, equivalga a conservare la nostra innocenza.
Sabato, finalmente, silenzio! Lui non c’è, è scomparso, se n’è andato chissà dove. Il Signore del Sabato finalmente ci lascia in pace. Ma tutto è ancora in piedi. Perché case, macchine, persone non sono state inghiottite nel grande terremoto che ha oscurato il mondo? Se la terra fosse esplosa, polverizzata di schianto e dispersa nel vuoto dell’universo, avrei vinto, trionfato. Invece no! Il mondo, portato fin sull’abisso del Nulla, viene riacciuffato per i capelli e salvato, ricreato definitivamente.
«Io vivo e voi vivrete», dice il Nemico. «La semplice indistruttibilità dell’anima da sola non potrebbe dare un senso a una vita eterna, non potrebbe renderla una vita vera. La vita ci viene dall’essere amati da Colui che è la Vita; ci viene dal vivere-con e dall’amare-con Lui»*.
Io, ma non più io: è questa la via della croce, la via che ‘incrocia’ un’esistenza rinchiusa solamente nell’io, aprendo proprio così la strada alla gioia vera e duratura. Il fatto è che la genìa perversa degli uomini vive, vuole vivere, amare, lavorare; è persino disposta a soffrire! Vogliono essere felici, questi facinorosi! Bisogna educarli, allora; ri-educarli. La ri-educazione è la cosa più importante.
Malacoda
* Queste sono le testuali parole pronunciate durante quei giorni dal Servo dei servi, papa Benedetto XVI.
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