Europa, o dell’eterna lotta fra le idee e un ideale (cristiano)

Di Tempi
27 Aprile 2006

L’11 settembre, la crisi dell’Occidente e del relativismo hanno riportato al centro dell’attenzione mondiale la questione religiosa, che nel corso del ‘secolo breve’ era stata accantonata in favore di ideologie materialiste, o relegata nell’ambito della coscienza individuale. Tuttavia, la mancata introduzione nella ‘Costituzione’ europea del riferimento alla tradizione religiosa (e cristiana, innanzitutto) che ha plasmato l’anima del nostro continente ha mostrato come ‘l’idea di Europa’ propria di una certa élite politica sia quella di una costruzione astratta e burocratica, fondata sugli atti amministrativi e sulla laicità come unica religione civile. E nella bocciatura del Trattato da parte di alcuni Stati membri (tra cui la Francia, i cui rappresentanti si sono spesi molto per l’approvazione) va vista forse la crisi di questo progetto e la necessità di tornare a riflettere su quale Europa vogliamo costruire.
Giuseppe Brienza, nel suo Libertà ed identità religiosa nell’Unione Europea, si colloca perfettamente in tale dibattito, non nascondendo da che parte stia (lo dice sin dall’inizio: l’Europa che dimentica le sue radici non è la vera Europa), ma consentendo anche al lettore comune di accedere a notizie che non sempre risultano rappresentate dagli organi di informazione, con puntuale richiamo di interventi, dichiarazioni, saggi e relazioni resi da studiosi e protagonisti del dibattito. Particolarmente interessante l’excursus dell’approvazione della ‘Carta di Nizza’ e del Trattato costituzionale, nella stesura dei quali, come sappiamo, è prevalsa la linea laicista, di stampo francese, tesa a ridimensionare il fenomeno religioso. È significativo, in tal senso, il mancato coinvolgimento delle chiese e delle comunità religiose nei processi elaborativi di entrambi i documenti. Se il riferimento alle radici cristiane è stato omesso dal preambolo della ‘Costituzione’ europea, tuttavia, il suo contenuto non è del tutto indifferente al fenomeno religioso. L’articolo I-52 prevede, infatti, che l’Unione Europea rispetti le chiese e le associazioni o comunità religiose degli Stati membri, riconoscendone l’identità e il contributo specifico. Tale articolo – comunque un’importante conquista, non a caso osteggiata da Francia, Belgio, Svezia e Lussemburgo – mostra però limiti evidenti, come annota puntualmente Brienza, dal momento che chiese e comunità religiose risultano equiparate alle ‘organizzazioni filosofiche’, cioè assimilate ad associazioni di diritto privato, «accentuandone una caratterizzazione privatistica a danno della loro rilevanza pubblica» (p. 93). Ma nella storia europea quella religiosa ha sempre costituito una dimensione importante della vita sociale. È certo che il cristianesimo ha lasciato impresso un segno indelebile nella cultura occidentale, senza di esso non si sarebbe potuta sviluppare neanche la cosiddetta ‘tradizione laica’. Del resto, la prima unificazione europea è dovuta al Sacro Romano Impero di Carlo Magno, che il giorno di Natale dell’800 ricevette da Papa Leone III la sua consacrazione. Sul tema, nel celebre saggio Non possiamo non dirci cristiani (1942) Benedetto Croce rilevava che l’affermazione della centralità delle tradizioni cristiane non è «pia unzione né ipocrisia (.) ma semplice osservazione della realtà».
Gianluca Grasso
magistrato

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