Recensioni
Il grande fratello nel lager
Amélie Nothomb,
Acido solforico,
Ed. Voland,
pp. 131,
euro 13
«Rischiano di distruggere la civiltà che è stata costruita tanto faticosamente. Con il pretesto degli ascolti, la tv è capace di tutto, anche del nulla. La decadenza romana è cominciata con i giochi del circo e lo spettacolo della barbarie. Oggi ciò che è grave è l’atteggiamento di chi si presta a tali trasmissioni e di chi assiste entusiasta alla sofferenza altrui». Così Amélie Nothomb, la scrittrice belga di lingua francese che sforna un best seller all’anno. Irriverente, senza poesia, Acido solforico è la sua ultima fatica letteraria: oltre 400 mila copie vendute, ai vertici delle classifiche in Francia per più di 25 settimane.
Questa volta la Nothomb immagina un reality show ambientato in un campo di ‘concentramento’ (tale è il titolo della trasmissione) nazista tra baracche, filo spinato, kapò, fame, punizioni, numeri di matricola tatuati sul braccio. 24 ore su 24, l’occhio delle telecamere e dell’autrice trasmette al pubblico la sofferenza dei prigionieri, reclutati attraverso le retate della troupe a Parigi. In particolare, si sofferma sulla violenta e crudele kapò Zdena e sulla bella prigioniera Pannonique, un forte bisogno di Dio per riversargli addosso tutto il suo odio, e per la quale la stessa carceriera prova un’ambigua attrazione. Il passo da realtà a reality è irreversibile, ora dopo ora è data voce e immagine a un mondo dove tutto fa spettacolo, dove una ragazzina può venire stuprata di notte da un kapò, dove le telecamere annientano ogni possibilità di spirito di lotta e ribellione nelle vittime.
Ma non in Pannonique; facendosi carico della sofferenza dei compagni invita il pubblico, dalle telecamere, a spegnere la tv. Pubblico che viene dotato di apposito telecomando per decidere l’eliminazione (esecuzione) dallo show di un concorrente attraverso il televoto: seguono record altissimi. Di fronte a questa ignominia anche Zdena si unisce a Pannonique, chiedendo allo Stato di stipulare un contratto che elimini questo tipo di trasmissioni e che l’esercito liberi i prigionieri.
L’incontro fra Zdena e Pannonique è stato importante e Zdena continuerà a chiedersene il senso. Pannonique suonerà il violoncello, lo strumento che più ricorda la voce umana.
Jorge Bucai,
Lascia che ti racconti,
Rizzoli Editore,
pp. 227,
euro 15
Demian è un adolescente a caccia di risposte in analisi presso Jorge, uno psicoterapeuta della Gestalt che cerca di aiutarlo. A modo suo, raccontando cioè ad ogni seduta del giovane una storia diversa. Storie classiche e sconosciute, ora tratte dalla fantasia, ora dal Talmud, ora dalla tradizione popolare di tutto il mondo, in cui gli uomini, gli animali e le cose tutte partecipano ad una terapia non convenzionale e sorprendente. Storie che aprono orizzonti per un ragazzo che dall’odiarsi e non voler dipendere, scopre autostima, valore, progetti. Ogni storia del medico lo induce ad essere fedele a se stesso, giocare la sua libertà, porsi degli obiettivi. E in Demian il rifiuto del diventare adulto cede il passo all’accettazione di sé e di un mondo di cui fidarsi. La traduzione della terapia nel quotidiano è un doloroso lavoro, da adulto, ma vittorioso sul senso del rifiuto che da sempre dentro di noi vive e da cui dipende il proprio strutturarsi.
Paul Collins,
Né giusto né sbagliato,
Adelphi Editore,
pp. 244,
euro 18
Morgan a quasi tre anni sa già leggere, ama i calcoli matematici e il pianoforte, odia lavarsi. Ma non risponde agli stimoli. La sua storia è accostata a quella famosa di Peter, il selvatico ragazzino muto abbandonato nei boschi di Kensington nel 1725 e portato da Giorgio I d’Inghilterra. Né scuola, né corti cambiarono Peter: allegro ambasciatore dello stato primitivo dell’umanità, rinacque solo mettendo piede in una fattoria. Anche Morgan è diverso, i genitori lo capiscono, e cercano di liberarne il sotterraneo mondo cognitivo inserendolo in classi di asilo guidate da medici. Ma il bimbo si difende e non sembra progredire a scuola. Comincia piano, con parole che esprimono piccoli desideri. Perché i suoi risultati non sono quelli degli altri, come scrive il padre Paul «non si può guarire Morgan: è lui, si fa da sé, ci capiamo benissimo. Non occorre integrarlo: lui è la nostra famiglia, non una storia triste. E lo ringrazio».
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