Una trincea sul colle
Il Prodino, se e quando nascerà, sarà il frutto della politica, ma nel senso più deleterio del termine, cioè della politica intesa come scambio vicendevole di favori. Se c’è una cosa che è abbastanza evidente in questo primo scorcio di XV legislatura, è proprio questa: per far quadrare i conti Prodi dovrà fare il farmacista dosando sapientemente incarichi di governo e ruoli istituzionali.
Su questi ultimi, per la verità, la partita è già in stato avanzato. Fausto Bertinotti e Franco “Francesco” Marini hanno ormai preso pieno possesso dei loro scranni e resta aperta solo la partita del Quirinale. Sul governo, invece, c’è ancora da lavorare anche se Prodi ha cominciato da subito a giurare che, al massimo domani, la lista dei ministri sarà pronta. Certo però è che già di fronte alle indiscrezioni della vigilia c’era poco da stare allegri: il futuro dell’Italia sarà messo nelle mani di un governicchio. Il Professore aveva promesso mari e Monti (nel senso di Mario), dovremo accontentarci di Di Pietro e Mastella.
I nomi dei due leader del centrosinistra non sono casuali. Tutti e due, infatti, a dispetto dei numeri, rischiano di diventare decisivi nelle battaglie che il centrosinistra combatterà al Senato. Mastella e i suoi (3 senatori contro i 4 di Di Pietro) hanno già lanciato un avvertimento in occasione dell’elezione del presidente di palazzo Madama. Così, per evitare sorprese, Prodi ha scelto di legarli a sé nella buona e nella cattiva sorte e, probabilmente (la certezza si avrà alla pubblicazione dei ministri), spedirà Clemente alla Difesa e Antonio alle Infrastrutture, con buona pace di chi avrebbe preferito scelte di alto profilo, magari dei tecnici. Così, alla fine, l’unico nome di peso dovrebbe essere quello di Tommaso Padoa Schioppa all’Economia, mentre il resto verrà diligentemente ripartito secondo le ferree regole del manuale Cencelli, senza scontentare nessuno perché, in fondo, anche Prodi sa che ogni uomo ha un prezzo.
Un presidente coi baffi?
E la stessa logica potrebbe condizionare la corsa per la successione di Carlo Azeglio Ciampi. La Quercia, dopo lo schiaffo della presidenza della Camera negata a Massimo D’Alema, ha tutte le intenzioni di giocare un ruolo di primo piano in questa partita e perciò, da un po’ di giorni, sta insistentemente cercando di portare sul Colle proprio il presidente del partito. In verità Prodi preferirebbe avere il presidente Ds con sé al Governo (anche qui per evitare vendette future), magari come ministro degli Esteri, ma D’Alema, al momento, non ha ancora sciolto la riserva e sembra essere molto tentato dalla possibilità di essere il primo capo dello Stato ex comunista nella storia d’Italia. La candidatura di D’Alema, per la verità, è stata sostenuta anche da insospettabili supporter del Cavaliere come Giuliano Ferrara, ma Berlusconi non ne vuole sapere.
Il perché lo spiega a Tempi il forzista Maurizio Lupi: «Quella del Quirinale è l’ultima occasione in cui si può tentare di dialogare dando l’immagine di un paese non spaccato, offrendo un segnale di responsabilità. L’Unione ha già forzato la mano sulle presidenze delle Camere, non può fare la stessa cosa anche sul Quirinale. In teoria i numeri glielo consentono, visto che i delegati regionali che contribuiranno all’elezione del capo dello Stato sono in gran parte di centrosinistra. Ma non possiamo dimenticare che nelle stesse Regioni conquistate dall’Unione neanche un anno fa alle ultime elezioni ha vinto la Cdl. Insomma, chi oggi è maggioranza al governo, non lo è nel paese. Non possono occupare militarmente tutte le istituzioni come se l’opposizione non esistesse».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!